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Meloni zittisce la sinistra: oltre un distributore su due applica lo sconto

di Michele Zaccardilunedì 5 ottobre 2026
Meloni zittisce la sinistra: oltre un distributore su due applica lo sconto

4' di lettura

«Ora il “price cap” è praticato in diecimila distributori e si sta estendendo anche agli altri. Un successo italiano che stupisce l’Europa». Adolfo Urso rivendica così l’azione del governo che, attraverso una meticolosa opera di moral suasion, è riuscito a convincere le compagnie petrolifere a calmierare i prezzi di diesel e benzina, senza dover ricorrere a ulteriori (e costosi) tagli delle accise. Già, perché, al contrario di quanto avvenuto in Francia - dove la mossa di Total è rimasta un caso isolato - in Italia, sottolinea sempre il ministro delle Imprese, il tetto sui carburanti «ha avuto piena riuscita». La decisione di Eni di introdurre un “cap” fissato a 1,99 euro al litro per la benzina e a 2,19 euro per il gasolio è stata infatti seguita da Ip, Q8 e Tamoil. E insomma, oltre diecimila distributori hanno aderito al price cap: più di uno su due.

«Un riscontro di gran lunga superiore alle previsioni» confessa Urso, che guarda pure alle prossime mosse. A cominciare dal tavolo con le raffinerie, convocato giovedì prossimo con il titolare dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, per «capire cosa si possa fare di più e meglio, in modo tempestivo e quindi efficace, secondo le nostre competenze, per aumentare la produzione nell’immediato».


SBLOCCO DELLE RISERVE

A dirla tutta, la questione riguarda anche l’Europa, che al G7 di venerdì scorso si è vista costretta a liberare ingenti quantità di barili dalle sue scorte, per limitare i danni del blocco dell’export di gasolio minacciato da Donald Trump. Anche perché, secondo Urso, il nodo principale resta «la catena di approvvigionamento del carburante nelle raffinerie», troppo poche (ne sono state chiuse 15 negli ultimi trent’anni) in Europa per garantire «quell’autonomia», «quel costo», ma soprattutto «quelle condizioni di rifornimento che sono necessarie». L’Italia, da questo punto di vista, può comunque contare sulla raffineria Isab di Priolo, che il ministro delle Imprese ha visitato ieri. Si tratta del più grande impianto del Paese, tornato di recente in mani italiane dopo l’intesa tra la Ludoil della famiglia Ammaturo e il gruppo basato a Cipro Goi Energy.

Grazie alla scelta di tutelare quell’asset fondamentale per la sicurezza energetica dell’Italia, Priolo potrà «svolgere un ruolo di grande rilievo in Europa», assicura il ministro. Che ricorda che, sì, «la prima mossa tocca sempre allo Stato» come fatto con il taglio delle accise. Epperò, siccome è una misura «insostenibile sui tempi lunghi», con un costo che si aggira intorno al miliardo di euro al mese per le casse pubbliche, «abbiamo chiesto alle compagnie di farlo loro, in modo volontario, riscuotendo un successo che la dice lunga sulla credibilità di questo governo e dell’Italia nel mondo». E i dati sembrano dar ragione a Urso.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Osservatorio prezzi carburanti, l’intervento delle compagnie, fortemente caldeggiato dal governo Meloni, ha sortito effetti significativi. Il 51,7% degli impianti vende la benzina a meno di 2 euro al litro e il 52,2% il gasolio sotto i 2,20 euro, ha fatto sapere il Ministero delle Imprese. Sono dunque oltre 10.400 i distributori che si sono adeguati su un totale di 20.140.
È questo appunto l’effetto del price cap che, dopo lo sconto applicato da Eni, si è esteso rapidamente su tutta la rete nazionale, contribuendo a ridurre il prezzo medio: il quale è sceso a 2,052 euro al litro per la benzina e a 2,247 euro per il gasolio. Questi risultati «confermano la validità di un modello di responsabilità sociale che può rappresentare un esempio anche in Europa», sottolinea Urso.

EMERGENZA

Certo, l’emergenza non è finita. Nonostante il price cap, infatti, il conto resta salato: stando ai calcoli fatti dalla Cgia di Mestre, rispetto ad un mese dello scorso anno, famiglie e imprese italiane spenderanno comunque 1,1 miliardi di euro in più. Con un aggravio per l’anno in corso di 13,6 miliardi rispetto al 2025, un incremento del 20,4%.

Simili le stime diffuse dalla Cna, secondo cui, dall’inizio del conflitto in Iran, il caro energia ha imposto a famiglie e imprese un maggiore esborso di circa 16,5 miliardi di euro. E quasi la metà dei rincari deriova dai carburanti, con benzina e gasolio che costano tra i 7,4 e i 7,6 miliardi di euro in più. Seguono l’energia elettrica, con 5,8-6 miliardi, e il gas consumato da famiglie e imprese (3-3,3 miliardi). Ma solo a settembre, il conto aggiuntivo è cresciuto tra i 4,6 e 5,2 miliardi di euro, circa un terzo dell’intero aggravio accumulato da inizio marzo. Questo mentre il Codacons segnala come i rincari energetici si siano già trasmessi all’intera economia, con un’inflazione che a settembra ha toccato il 4,2% annuo: per una famiglia monogenitoriale la spesa annua sarà più elevata di 976 euro, cifra che sale a 1.281 euro per una coppia con un figlio e a 1.415 euro se i figli a carico sono due.