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Fisco e giudici: in Italia è guerra all'impresa

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La tassazione insopportabile le spinge fuori confine, mentre i potenziali investitori sono sbalorditi da quello che accade in a Taranto: i proprietari dell'Ilva vengono espropriati dell'azienda ancora prima che un processo li dichiari colpevoli

Nicoletta Orlandi Posti
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di Maurizio Belpietro @BelpietroTweet Lunedì sera mi è capitato di essere invitato a una cena di industriali della calzatura. Erano riuniti a Milano per la loro assemblea annuale. Tralascio il cahier de doléances che mi è capitato di ascoltare perché non è diverso da quello che quotidianamente riportiamo su Libero. Consumi in calo, vendite al lumicino, livelli occupazionali ridotti al minimo. Niente di nuovo, insomma. Sennonché, tra le lacrime versate in grande abbondanza, è spuntato anche qualche sorriso. Sì, tra gli scarpari, così vengono chiamati a torto e un po' spregiativamente gli imprenditori della calzatura, c'è anche chi non si lamenta ma si dichiara, se non soddisfatto, moderatamente ottimista. Il problema è che le vendite tirano e gli utili si moltiplicano, ma non in Italia. Anzi. Gli affari vanno a gonfie vele nonostante l'Italia. Nel nostro Paese ad aumentare non è il fatturato, ma le tasse: la gente compra di meno, ma le aziende pagano di più. Cosa diversa da quel che accade all'estero, dove invece si cerca di agevolare i consumi e si favoriscono sia i commercianti che i produttori. Un imprenditore mi ha confessato che nel 2012 le vendite dei suoi prodotti hanno avuto un incremento a due cifre, ma solo nei Paesi dell'Est. Fosse stato per l'Italia avrebbe dovuto tirar giù la claire e mandare tutti a casa. Ora immagino che qualcuno fra i lettori mi accuserà di esterofilia o di inguaribile pessimismo sulle sorti del nostro Paese. Ma la realtà è che i consumi di scarpe o di qualsiasi altro bene non sono spariti. Non è che la gente non si metta più niente ai piedi o non indossi un capo d'abbigliamento. E non si può nemmeno pensare che all'improvviso le nostre aziende non sappiano più produrre cose belle che fanno venir voglia di essere comprate. Semplicemente in Italia nessuno desidera spendere. A causa della crisi, della paura di perdere il lavoro o di veder volatilizzarsi i propri risparmi per colpa di uno Stato sprecone, i consumatori non consumano, con tutto ciò che ne consegue.  Ieri l'ufficio studi di Confindustria ha diffuso uno dei suoi periodici rapporti sulla salute della nostra impresa. Il bollettino rivela uno stato di coma profondo. In cinque anni la nostra industria ha perso il dieci per cento della forza lavoro, mandando a casa centinaia di migliaia di persone. Tradotto, significa che il potenziale manifatturiero nel nostro Paese si è ridotto in pochi anni del 15 per cento, mica noccioline. Cifre da paura, anzi, da funerale. Chiunque capirebbe che è ora di rimboccarsi le maniche, perché a forza di tirare a campare c'è il rischio di tirare le cuoia. Se vogliamo riallinearci agli altri Stati europei, non c'è dunque da perdere altro tempo. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato tasse e offerte che i nostri vicini rivolgono alle imprese italiane. Svizzera, Austria, Slovenia e perfino Macedonia e Albania fanno a gara a scipparci le aziende, invitandole a trasferirsi da loro. Oggi in edicola troverete il settimanale Panorama, che alla fuga delle società (ma anche dei lavoratori) nella vicina Confederazione elvetica dedica addirittura la copertina. Segno evidente che il fenomeno è in crescita.  Ciò nonostante, da noi, invece di allarmarsi per le notizie di Confindustria e quelle di Panorama, si fa finta di niente. Tutto procede come prima, con il solito tran tran di burocrazia e prelievo straordinario sui redditi delle imprese. Al posto di favorirle, di farle crescere, di invitarle a insediarsi da noi, si fa di tutto per farle scappare a gambe levate, mettendo loro ogni bastone fra le ruote. Timbri, autorizzazioni, controlli: ogni pretesto è buono. Giorgio Squinzi ne ha fatto la battaglia della sua presidenza, puntando da subito il dito contro la burocrazia che strangola l'imprenditoria. Ad oggi non mi risulta però che abbia ottenuto nulla di concreto. Al contrario, le cose vanno di male in peggio. Basti pensare a quanto è accaduto a Taranto. A prescindere dalle opinioni che ognuno di noi ha sul livello di inquinamento generato dall'acciaieria della famiglia Riva, risulta evidente che qualcuno aveva e ha come obiettivo la chiusura della fabbrica. Poco importa che l'impianto siderurgico dia lavoro a 40 mila persone e concorra in maniera rilevante alla crescita del Pil nazionale: in parecchi ritengono che la fabbrica pugliese debba  chiudere in quanto pericolosa.  Così il governo è stato costretto a commissariare l'azienda per tenerla aperta. Per salvare il laminatoio, il Consiglio dei ministri lo ha espropriato ai legittimi proprietari, i quali, prima ancora che un processo dimostrasse la loro colpevolezza, hanno già pagato con un sequestro miliardario. Un esproprio preventivo in nome della legge. Un provvedimento che non può non spaventare chi oggi fa il mestiere dell'imprenditore. Certo, si può discutere di come favorire le nuove assunzioni e anche di come ridurre il cuneo fiscale e aumentare i consumi. Ma fino a che non si lasceranno lavorare le imprese, fino a quando non le si metterà in condizioni di operare, e soprattutto, fino al giorno in cui non le si difenderà come patrimonio nazionale invece di farle scappare, sarà difficile invertire la tendenza e rilanciare la nostra economia. È vero, anche tra gli imprenditori c'è chi sbaglia e commette reati, ma mettere agli arresti un'impresa è un errore che non ripaga gli eventuali danni,  piuttosto li aggrava. E le pesanti condanne tipo Thyssen o Eternit fanno il resto.  C'è stato un tempo in cui la manodopera era costretta a emigrare in cerca di fortuna, ora sono le nostre aziende a far le valigie. Fuggono dall'Italia. ma soprattutto se ne vanno lasciandosi alle spalle politica, magistratura e fisco. Cioè tutti quelli che hanno dichiarato guerra all'industria.

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