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In Corea del Nord anche i videogiochi sono propaganda

Il paese asiatico lancia Pyongyang Racer, un videogame noiosissimo in cui l'unico scopo è viaggiare in auto sulle highway deserte, non fare arrabbiare i vigili e ammirare i monumenti locali...

Giulio Bucchi
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di Marco Petrelli Si chiama Pyongyang Racer ed è forse uno dei primi videogiochi realizzati oltre il 38° parallelo. Ebbene sì: la Corea del Nord, ultimo paese stalinista al mondo e nazione tra le più blindate e militarizzate della terra, ha programmato una corsa a bordo di una elegante autovettura per le sue maxi autostrade. Highway deserte nella finzione come nella realtà: difficile per il cyber autista incontrare altri automobilisti, più facile invece imbattersi nelle austere vigilesse coreane, in uniforme militare bianca e dal fischietto pronto tra le labbra.  "Guida dritto e non fissarmi, sono in servizio!", tuona l'agente di polizia, il cui volto compare ogni qualvolta si corra a cavallo della doppia striscia continua o si superino i limiti di velocità. Già, perché nella repubblica popolare disciplina e regola ferrea dominano anche la finzione di Pyongyang Racer, nel quale il giocatore non deve arrivare primo, sparare a gang rivali o fare spettacolari testa coda, bensì godersi il panorama, essere un buon ospite dello stato socialista e imparare a riconoscere i monumenti e i luoghi simbolo della capitale. Una  grafica superata e una cantilena di sottofondo fanno da contorno ad un prodotto che certamente non andrà a ruba sul mercato occidentale. Il sito www.pyongyangracer.co ci aiuta a comprendere meglio scopi e finalità del video game. Realizzato dalla nordcoreana Nosotek, P.R. è stato commissionato dalla Koryo Group, agenzia inglese specializzata nell'organizzare tour nel paese asiatico, il cui isolamento (si può raggiungere solo dalla Cina) probabilmente affascina viaggiatori e curiosi in cerca di emozioni. Un'idea che alcuni potrebbero definire folle ha invece le sue solide basi. La rete offre diversi video di turisti recatisi a Kaesong e Pyongyang, tra i quali anche italiani che hanno realizzato curiosi documentari su una delle ultime roccaforti del socialismo reale. 

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