Libero logo

Uno scambio con l'India: i marò si salvano così

di Matteo Legnanidomenica 7 settembre 2014
Uno scambio con l'India: i marò si salvano così

2' di lettura

La vicenda dei marò, da qualsiasi angolo la si contempli, è ragione di profonda amarezza. Amarezza, anzitutto, per la leggerezza con cui si sono autorizzati i fucilieri a scendere a terra dopo l’incidente in acque internazionali, consegnandoli così al kafkiano vortice giudiziario indiano di cui ancora non si intravvede la fine dopo numerosi mesi. Amarezza, anche, per gli avanti e indietro che hanno contraddistinto le mosse dei diversi governi italiani che si sono rimpallati il dossier, finendo da ultimo, in maniera poco convincente, ad invocare il ricorso all’arbitrato internazionale. Da subito sono state escluse soluzioni clamorose e colpi a effetto: evacuazioni-lampo della nostra rappresentanza diplomatica, blitz o altro. Con il tempo, anche chi aveva suggerito prudenza per salvaguardare le relazioni commerciali con Nuova Delhi si è dovuto ricredere. Al caso dei marò, infatti, si è aggiunto il divieto per Finmeccanica di partecipare a gare nel ricco mercato della difesa indiano. E ciò dopo che anche il governo indiano aveva visto insediarsi una nuova maggioranza politica, avvicendando Sonia Gandhi - da sempre sospettata di non prendere a cuore il caso dei marò per schivare accuse elettoralmente dannose di eccessiva «italianità». Nulla da fare, insomma: anche con il nuovo esecutivo indiano tira una brutta aria. La qual cosa non impedisce tuttavia a molti di sperare, all’indomani della nomina di Federica Mogherini alla guida della PESC, in una martellante azione diplomatica europea per il rilascio dei nostri militari. Sperare tuttavia che sia qualcun altro a risolvere i nostri problemi è un approccio poco realistico. Dubito che né la Ue, né gli Stati Uniti, né l’Onu (e nemmeno la Russia) possano far molto in questo caso: il problema rimane nostro, e lo dobbiamo gestire bilateralmente. Continuare a sperare nel soccorso di mamma o papà è un imperdonabile segno di immaturità strategica. La soluzione, poi, passa da un confronto politico e non da interminabili arabeschi giuridici. Per quanto l’idea possa riuscire indigesta, è proprio dei grandi Stati sedersi al tavolo della trattativa - al massimo livello politico- e scambiare. Come dimenticare i rilasci di prigionieri palestinesi da parte di Israele, o i numerosi «scambi» di spie al di qua e al di là della Cortina di Ferro? È avvenuto anche per l’Italia, che accettò di pagare a Gheddafi ingenti somme come indennizzo per crimini di guerra italiani in Libia in cambio di uno stop agli sbarchi di profughi dalla Libia e di ricchi contratti per le nostre imprese. Se giocata accortamente, la carta del negoziato politico è un’opzione - quella di trasformare un problema in opportunità. Per il governo Renzi, che più volte ha affermato il ritorno della politica «alta» e il suo primato, è forse qualcosa di più: è un dovere. di Giovanni Castellaneta