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Hamas, la vera strategia: un ricatto infinito sugli ostaggi

Pietro Senaldi
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Le operazioni umanitarie costano caro. Israele ha fermato le operazioni di guerra per ottenere la liberazione degli ostaggi prigionieri di Hamas. Dovevano essere quattro giorni di tregua, se ne sono aggiunti altri due. Il prezzo salato non è tanto nello scambio- un civile israeliano per tre terroristi palestinesi - quanto nel tempo regalato ai tagliagole. Nei cunicoli di Gaza ci sono ancora quasi duecento prigionieri. Il rilascio con il contagocce può portare a tre settimane il silenzio delle armi; a quel punto, più che di fronte a uno stop umanitario saremmo di fronte a un cessate il fuoco. È questo l’obiettivo dei terroristi. Israele ha sempre detto che le operazioni belliche sarebbero riprese come nulla fosse, finita la tregua per liberare gli ostaggi, ma più passa il tempo, più è difficile riprendere i bombardamenti, con tutta l’opinione pubblica mondale schierata contro.

Il governo di Netanyahu, che a livello internazionale in questo momento è percepito come cosa diversa dallo Stato ebraico, è isolato. Gli Stati Uniti continuano a fornirgli armi ma il presidente Joe Biden è per uno stop del conflitto. Ha ottenuto il rilascio di un solo ostaggio americano, una bambina orfana, ma nei sondaggi sta andando a picco. Sul fronte interno, il presidente è incalzato da Trump, che gli dà dell’incapace, dal suo partito, che lo accusa di essersi appiattito sulle posizioni sioniste e dalle tensioni nella società statunitense, in particolar modo nel mondo universitario, nella élite. In queste settimane Israele ha ottenuto buoni risultati sul campo. Ha ripulito la parte settentrionale di Gaza e ucciso molti ufficiali di Hamas, ma non ha decapitato l’organizzazione terroristica. Il capo politico, Yahya Sinwar, e quello militare, Mohammed Deif, sono vivi e operativi nella Striscia e stanno trattando. Gestiscono loro la liberazione degli ostaggi, liberano bambini e donne, come chiesto da Israele ma soprattutto dalla comunità internazionale, che cercano di conquistare accontentandola.

 

 

La strategia dei tagliagole è chiara: mostrare la faccia meno feroce per prendere tempo e far sembrare un’eventuale ripresa del conflitto da parte di Netanyahu come una barbarie. L’Iran, che controlla hezbollah ma non vuole intervenire nella crisi, per evitare di allargarla determinando un intervento americano sul campo, sta tenendo fermi i paramilitari libanesi anti-sionisti perché confida che il piano di Hamas abbia successo. Se infatti Israele riprendesse le armi, dovrebbe spingersi nel sud della Striscia, ma lì si sono ammassati un milione e 200mila profughi, che non possono trovare salvezza in Egitto perché Al Sisi ha fatto sapere che lo riterrebbe un atto di guerra dello Stato ebraico nei suoi confronti. Il premier Netanyahu vive una condizione di impasse. L’errore è stato pensare che nel 2023 una guerra si possa vincere solo sul campo, trascurando la diplomazia. Per questo l’opinione pubblica israeliana sta montando di giorno in giorno contro di lui. In Israele tutti sono convinti che lo Stato, prima o poi, finirà il lavoro con Hamas, ovverosia lo estirperà da Gaza. Di certo la realizzazione dell’obiettivo è slittata nei tempie, probabilmente, non avverrà attraverso un’occupazione militare di tutta Gaza ma solo dopo una stabilizzazione dello scacchiere concordata con le diplomazie locali, Qatar in testa ma soprattutto Washington. 

 

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