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Emmanuel Macron, da Parigi a Bruxelles crolla il suo castello

di Ludovico Festalunedì 12 gennaio 2026
Emmanuel Macron, da Parigi a Bruxelles crolla il suo castello

3' di lettura

Dopo l’approvazione dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur (Mercado Común del Sur), è arrivata l’ora più difficile per Emmanuel Macron. A Parigi con gli agricoltori che assediano l’Assemblea nazionale e l’attuale premier Sebastién Lecornu che ha avviato i preparativi per elezioni politiche anticipate da abbinare a marzo con quelle municipali. A Bruxelles dove non funziona più l’asse franco-tedesco e vanno in crisi le basi politiche della cosiddetta maggioranza Ursula.

A Parigi crescono i rapporti tra gollisti e lepeniani; Nicolas Sarkozy ha detto che bisogna unire le destre, l’ex ministro degli Interni, il leader gollista Bruno Retailleau, che pur vuole candidarsi per l’Eliseo nel 2027, ha detto: «Le Rassemblement national appartient à l’arc républicain»: il Rn ormai appartiene al mitico arco repubblicano cioè ha legittimità a governare.

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CENTRODESTRA EUROPEO

A Bruxelles Manfred Weber, presidente del Gruppo popolare al Parlamento europeo, vota sempre più frequentemente non solo con i conservatori più moderati ma anche con quelli radicali su questioni come l’ambiente, l’immigrazione e anche sui temi etici. Come ha fatto il presidente francese a cacciarsi in queste condizioni? In Patria si è inventato “La République En Marche!”, (oggi “Renaissance”) per superare il sistema formatosi con la Quinta repubblica che si basava sull’alternanza tra gollisti e socialisti, puntando su una centralità tecnocratica che superasse definitivamente la divisione tra destra e sinistra.

Così approfittando del quasi suicidio dei socialisti con la presidenza di François Hollande e del provvidenziale intervento della magistratura che metteva fuori gioco il candidato gollista François Fillon (fino a prima delle indagini su di lui, considerato quasi sicuro vincitore delle presidenziali del 2017), Macron ha cercato di costruire un equilibrio che di fatto mettesse fuori gioco quello che è oggi quasi metà dell’elettorato nazionale (tra Rassemblement national e France Insoumise). E ha perseguito questo obiettivo con ostinazione contrastando anche il premier da lui stesso scelto Gabriel Attal (peraltro di origine socialista) che chiedeva di trattare con Rassemblement national, e ugualmente si è comportato con il predecessore di Sebastién Lecornu, François Bayrou portandolo alle dimissioni.
In Unione europea ha perseguito una linea simile contando sull’asse con Berlino e su uno schieramento nell’europarlamento che emarginasse i conservatori oltre che l’estrema sinistra (anche in questo caso più di un terzo degli eurodeputati). Ha poi svuotato di senso l’Ue sia nelle iniziative sull’Ucraina: prima trattando con Mosca, poi minacciandola militarmente, e infine tornando a trattare: sempre senza curarsi di impegnare seriamente le istituzioni comunitarie in queste sue iniziative. E lo stesso atteggiamento ha tenuto sulla guerra tra Israele e Hamas scoppiata il 7 ottobre del 2023, arrivando a proporre un astratto riconoscimento di uno Stato palestinese, e intralciando così (per fortuna solo relativamente) le trattative degli Stati Uniti con la Lega araba, che poi hanno portato alla tregua della guerra a Gaza.

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Adesso di fatto avremo un anno e mezzo con un presidente francese alla sbando, che sulle scene globali un giorno corteggia Washington (peraltro non priva di comportamenti diplomatici talvolta particolarmente scomposti) e il giorno dopo l’accusa di essere ormai diventata solo imperialista e colonialista. E sulle scene nazionali avremo un presidente che non sa più quale trucco inventare per isolare un Rassemblement national dato da tutti i sondaggi vincitore delle elezioni presidenziali del 2027. Che cosa può succedere?

In Francia è sempre più diffusa l’idea che i conservatori più radicali debbano essere messi alla prova del governo come è successo in Austria, Olanda, Polonia, Svezia, Finlandia, Italia e altri Stati membri della Unione, con risultati diversi: in certe occasioni i conservatori radicali sono diventati forze politiche affidabili, in altre occasioni si sono autoemarginati per errori nel governo delle nazioni dove avevano assunto responsabilità. Ma in tutti i casi la democrazia si è consolidata.

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PROTAGONISMO

A livello europeo i leader più responsabili da Friedrich Merz a Giorgia Meloni, da Aleksander Stubb a Mark Rutte cercano di contenere la disperata ricerca di protagonismo macroniana (nei suoi piani utile per contenere l’impopolarità in Francia), studiando forme di cooperazione dall’Ucraina e Gaza che vedano pienamente coinvolta una Parigi che rinunci però alla velleità di essere l’unica protagonista. E dove questo tentativo non ha successo, come nel caso trattato Ue-Mercosur, mettono la Francia in minoranza.