Ci sarà Putin, forse, ma certamente non Macron nel Board of Peace di Trump. Il presidente russo non ha ancora accettato, Mosca ha fatto sapere che intende contattare Washington per avere tutti i dettagli della proposta, ma è molto probabile che la ritenga l’occasione buona per rientrare dalla porta principale nella politica internazionale. Il presidente francese invece ha fatto sapere tramite il suo entourage che «non intende dare seguito favorevole» in questa fase all’invito, sottolineando che la “carta” di questa iniziativa «va oltre il solo contesto di Gaza». Dietro alla scelta di Macron c’è molto, compresa la questione della Groenlandia, ma il rifiuto è ovviamente connesso anche all’impressione che tale consiglio tenda a sostituire in qualche modo l’Onu.
«Suscita importanti interrogativi», hanno fatto sapere dall’Eliseo, «in particolare, circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite, che non possono essere rimessi in discussione». Parole che arrivano proprio lo stesso giorno in cui il Segretario generale, Antonio Guterres, ha scritto su X che è arrivato il momento di «riformare il Consiglio di sicurezza»: «Coloro che oggi cercano di aggrapparsi ai propri privilegi rischiano di pagarne il prezzo domani», ha spiegato, aggiungendo che «dobbiamo tutti essere abbastanza coraggiosi da cambiare. Il mondo non aspetta. E nemmeno noi dovremmo farlo». Chi non aspetta certamente è Trump il cui invito per il board è stato inviato a 60 Stati. Tra questi c’è l’Italia, con Giorgia Meloni che ha già detto di essere pronta per dare il suo contributo, la Gran Bretagna, la Grecia, la Polonia, l’Ungheria e la Romania, oltre all’Unione Europea stessa. Nella lista va menzionata l’Argentina, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Brasile, l’India, il Canada, la Turchia, l’Egitto, la Giordania, il Pakistan, la Bielorussia e si vocifera perfino la Corea del Nord. Interessante anche il funzionamento del board.
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