La notte dei vertici, forse decisivi per il futuro dell'Ucraina e dell'Europa. Sono arrivati a Mosca l'inviato statunitense Steve Witkoff e Jared Kushner, il genero del presidente Donald Trump, per colloqui con Vladimir Putin su un piano elaborato dagli Stati Uniti per porre fine alla guerra. Lo hanno riferito i media statali russi. "Il corteo di Witkoff e Kushner è arrivato al Cremlino", ha riferito l'emittente statale russa Vesti su Telegram. La televisione di Stato russa aveva precedentemente pubblicato un video che presumibilmente mostrava l'aereo della delegazione statunitense in atterraggio all'aeroporto Vnukovo di Mosca.
Contemporaneamente, a Bruxelles, va in scena il Summit informale con i leader dell'Unione europea. Il casus belli della Groenlandia ha unito voci spesso dissonanti e irritato leader fin troppo pazienti con il vicino americano. Ma con l'abbassarsi della tensione la mappa della strategia comunitaria nelle relazioni transatlantiche potrebbe tornare variegata. Ed è in questa mappa che è emerso l'asse tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz. Nel nome di un principio: con Washington servono dialogo e pragmatismo.
Il presidente del Consiglio italiano è arrivato al vertice straordinario senza passare da Davos. Il bilaterale con Trump nella cittadina svizzera, più volte rilanciato da spifferi e indiscrezioni, alla fine non c'è stato. C'è stato, invece, un faccia a faccia tra Meloni e Merz prima dell'inizio del summit dei 27. Ed è un dato significativo, avendo l'incontro avuto luogo solo una manciata di ore prima del vertice intergovernativo italo-tedesco di venerdì a Palazzo Chigi. Meloni e Merz, da tempo, si fanno sponda. Il loro asse ha preso slancio sul dossier migrazione, per poi consolidarsi sul fronte della competitività. Non a caso, proprio Roma e Berlino hanno lavorato ad un 'input paper' formulato in vista di un altro Consiglio europeo straordinario, quello del 12 febbraio dedicato proprio alla competitività. Ma i punti di contatto non finiscono qui.
Meloni - il refrain non è nuovo a Bruxelles - è a capo di uno dei governi più stabili dell'Ue. Merz guida un esecutivo di neanche un anno di vita, praticamente neonato secondo i costumi teutonici. Di contro, a Parigi, Emmanuel Macron (che comunque Merz ha incontrato a margine del summit Ue) si avvia alla parte finale del suo regno, dopo il quale è difficile prevedere cosa accadrà. E' su questa mappa che si sviluppano le sfumature della strategia atlantica dell'Ue.
Da un lato, i falchi guidati da Macron e Pedro Sanchez, fermi nel ribadire la loro lontananza politica e ideologica dal tycoon. Dall'altro, le colombe guidate da Meloni e Merz. In un lungo articolo Politico ha sottolineato come la policy comunitaria nei confronti di Washington sia nelle mani di 5 leader: Macron, il piromane; Merz, il sostenitore riluttante; Meloni, definita "la cartina di tornasole"; il polacco Donald Tusk, l'indeciso; il ceco Andrej Babis, il simpatizzante.
Il messaggio di Meloni al vertice dei 27 è chiaro: con Trump non servono né remissività né rincorsa all'escalation. E, quando è possibile, rinviare scelte difficili. Come sulla partecipazione al Board of Peace di Gaza. Due soli i Paesi europei firmatari: l'Ungheria e la Bulgaria, sulla quale a Bruxelles sono convinti che da Washington sia arrivata un'inusitata pressione. Molte capitali (vedi Madrid o Dublino) probabilmente mai entreranno nel Board. Altre, come Roma o Atene, non hanno chiuso la porta a Trump, ma hanno sottolineato che qualcosa, nello statuto dell'organizzazione, vada cambiato e chiarito da un punto di vista giuridico. Ed è una posizione, questa, quasi coincidente con quella di Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione Ue.




