Mentre il Matto furoreggia sulle prime pagine dei giornali- gli stessi secondo cui non avrebbe mai vinto le elezioni che ha vinto due volte, ndr -, l’altro, il Donald Trump in carne e ossa, prosegue imperterrito a ridisegnare l’ordine globale (che per gli Usa è sempre e anche domestico). Ieri è andato a dama su una partita-chiave, la nomina del nuovo presidente della Fed, dopo mesi di bordate all’uscente Jerome Powell per il suo eccessivo “rigorismo” economico. E la scelta è stata tutta politica, indigesta tanto ai cantori dello status quo quanto agli affezionati delle caricature ultra-Maga. Il prescelto Kevin Warsh ha infatti un curriculum da perfetto esponente dell’establishment finanziario repubblicano, ma con un tasso di pragmatismo che lo ha tenuto al riparo dall’ortodossia anacronistica che ha travolto buona parte di quell’establishment.
Direttore esecutivo in Morgan Stanley, consigliere per la politica economica di George W Bush, il più giovane a essere nominato nel Consiglio dei governatori della Fed (durante la crisi dei mutui subprime era ritenuto il collegamento tra la Banca e Wall Street), Warsh di formazione è un libero-scambista puro, estraneo all’innamoramento per la clava protezionista dei dazi. Ma ha anche espressamente appoggiato le linee-guida della Trumponomics, lodando sul Wall Street Journal “le forti politiche di deregolamentazione” e “i tagli alla spesa pubblica” che “riducono in modo significativo le pressioni inflazionistiche”, e spingendosi a invocare un “regime-change” dentro la Fed rispetto all’immobilismo di Powell. Insomma, il nuovo governatore pare incarnare il legame tra l’eredità classica della Reaganomics (“affamare la Bestia”, anzitutto) e l’interventismo sviluppista che Trump ha aspettato invano dal suo precessore. Altro che Matto, The Donald cuce e innova dentro una tradizione, il Giornalista Collettivo al di qua dell’Atlantico lo ignora ma i mercati sull’altra sponda evidentemente no, visto che all’ufficializzazione di Warsh il dollaro si è rafforzato e i rendimenti dei Treasury sono saliti.
Iran, Trump muove l'E-11A Bacn: venti di guerra nel cuore del Mediterraneo
Venti di guerra sempre più forti sull'Iran. Di fronte alle minacce di un attacco americano, Teheran ha annunc...Nel frattempo, un’apparente mattana aveva già segnato un punto in uno degli epicentri del caos internazionale. “Mi avevano detto non sprecare la telefonata, non otterrai nulla. E invece lui l’ha fatto”. Lui è Vladimir Putin, il risultato impossibile secondo le teste d’uovo (diciamo così) della diplomazia è la “tregua del gelo”. Sette giorni senza attacchi russi sull’Ucraina martoriata. Di per sé un granello dentro la macchina sterminatrice della guerra, ma un passaggio simbolicamente densissimo, col portavoce del Cremlino Peskov che per la prima volta dichiara pubblicamente come Putin si fermi temporaneamente su richiesta di Trump. In quel continuo gioco di forza che è la geopolitica, è un potenziale game-changer. Come lo sono altri due eventi avvistati nel “cortile di casa” e sottovalutati dai media nostrani (è la prova provata della loro centralità): la fine del flusso di petrolio sotto costo dal Venezuela alla Cina rimarcata pochi giorni fa dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, e la storica decisione di ieri della Corte Suprema di Panama, la quale ha annullato la concessione che consentiva al colosso cinese Ck Hutchison di gestire i porti del Canale. Nel frattempo, Trump in Medio Oriente dà corpo alla “massima pressione” sugli ayatollah: l’“imponente armata” aereo-navale radunata attorno alla portaerei Lincoln si ingrossa di ora in ora, ma certo “sarebbe fantastico non doverla usare”. Khamenei pensa ad analoghe parole udite da Maduro e non è serenissimo, la tirannia traballa sotto la strategia irrituale del Potus. Ma continuate pure a chiamarlo Matto.




