«Su questa terra non c’è altra forza che la forza». A sentenziarlo fu, in uno dei suoi libri, non un cinico realista, ma la più radicale critica del potere che abbia abitato il secolo scorso: la filosofa Simone Weil. Il Novecento, secolo “di ferro e fuoco”, vide all’opera i totalitarismi, fra lager e gulag, ma vide anche nascere prima la Società delle Nazioni e poi l’Onu con il compito proprio di erigere un argine attraverso il “diritto internazionale” alla forza tutta dispiegata manifestatasi in due guerre mondiali. Un diritto e una legge che, per paradosso, si fondavano anch’essi sulla forza, né poteva essere altrimenti per il principio stesso che governa le cose umane, come dice Weil. Una forza che, mentre concepiva un sistema di nazioni con uguali diritti e dignità, affidava poi a cinque di esse (componenti il cosiddetto “Consiglio di sicurezza”) un diritto di veto su ogni risoluzione sancendo, in qualche modo, che esse fossero più uguali delle altre. Non per motivi etici o vagamente tali, ma solo perché vincitrici della seconda guerra mondiale. Questa struttura asimmetrica ha accompagnato l’Onu per tutti i suoi ottant’anni di vita. E il richiamo alla legge, sapevamo tutti, fungeva solo da sovrastruttura retorica, e quindi anche ipocrita, di concreti e ben identificabili rapporti di forza. Ben strano è quindi che oggi, in una intervista a Repubblica, l’attuale presidente di quel consesso, il portoghese Antonio Guterres, venga a dire che ora solamente, e par di capire per opera soprattutto della politica americana, “la legge del potere” ha sostituito il “potere della legge” fortemente destabilizzando l’ordine mondiale.
Quasi come se la legge di prima si reggesse da sola, collocata in un astratto iperuranio da dove guidasse e illuminasse i cittadini del mondo. E quasi come se quella legge non fosse proprio garantita dagli interessi dello « Stato più influente, quell’America che oggi viene additata come destabilizzatrice. Senza contare le tante volte in cui quella legge è stata regolarmente infranta per soddisfare le bramosie dei più forti. Guterres, nella sua intervista, paventa anche il fallimento dell’istituzione che presiede, il suo “imminente collasso economico”. L’Onu, in effetti, sempre più allontanatasi dai suoi scopi centrali e prioritari, moltiplicatasi in una pletora di agenzie e sottoagenzie, è diventato un mastodontico, ingestibile e costosissimo “carrozzone”: se molti stati membri non pagano con regolarità i contributi, ed alcuni hanno deciso anche formalmente di rinunciarvi, ciò dipende da un fallimento che è prima di tutto ideale, e che non data certo dall’oggi, delle Nazioni Unite. Quanti degli scopi statutari sono stati effettivamente portati a termine, dalla pacificazione nei conflitti che insanguinano il mondo al rispetto dei diritti umani? Perché l’Onu deve assumersi il compito di “salvare il pianeta” combattendo il “cambiamento climatico”, che è motivo ricorrente nell’intervista, quando non è nemmeno in grado di garantire che paesi liberticidi non assumano la presidenza delle sue commissioni preposte alla salvaguardia della dignità umana?
Atlantico, gli Usa sequestrano una petroliera russa: arriva la Marina di Putin
Gli Stati Uniti hanno compiuto un'operazione per sequestrare una petroliera battente bandiera russa, collegata al co...Si può poi dire che, nelle questioni concernenti il conflitto in Medio Oriente, l’Onu sia stato equanime nel distribuire sanzioni e ammonimenti a Israele piuttosto che ai palestinesi? Se il multilateralismo significa darla vinta ai regimi autoritari ha ancora senso invocarlo come la panacea di ogni male, come fa Guterres? Si potrebbe continuare all’infinito. Giusto per dire che “destabilizzare” un ordine già ampiamente destabilizzato e delegittimato può essere anche prodromico alla nascita di un ordine diverso e più efficace. Che è quando dobbiamo in fin dei conti augurarci.




