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Da Macron a Starmer: le stelle al tramonto della sinistra europea

Chissà se dietro questi fenomeni politici c’è anche uno di quei cambiamenti epocali che descriveva Braudel quando osservava lo spostamento delle capitali del mondo
di Lodovico Festamartedì 10 febbraio 2026
Da Macron a Starmer: le stelle al tramonto della sinistra europea

4' di lettura

Credo che nei suoi atti insieme frenetici e isterici si possa leggere il panico di Emmanuel Macron. Dopo aver incassato, grazie alle mosse scomposte di Donald Trump nel rapporto con gli alleati europei, una piccola ripresa di consenso, il presidente francese si trova a fare i conti con la mediocrità del governo del pur eroico Sébastien Lecornu con il suo bilancio dello Stato pieno di buchi, con un deficit ancora altissimo (ben peggio di quello di Roma quando venne commissariata da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel nel 2011), con i gollisti che guardano sempre di più a Rassemblement national come alleato inevitabile, e con socialisti disperati che ora dicono di aver tenuto in piedi l’esecutivo solo a causa del quadro internazionale e guardano spaventatissimi al prossimo voto delle amministrative. E in questo contesto all’Eliseo se ne inventano di tutte: dalla proibizione dei social ai minori di 15 anni alla non partecipazione all’inaugurazione dell’Olimpiadi invernali a Milano per «non incontrare J.D. Vance».
Anche il povero Keir Starmer è stato abbastanza inguaiato da inopportune dichiarazioni di Trump (da quelle sulle truppe inglesi in Afghanistan alle liti con il Canada), e pare proprio oggi a fine corsa. Al di là delle questioni contingenti come il caso Mandelson, quel che ha fatalmente destabilizzato il premier britannico, è l’insufficiente base sociale e politica dell’esecutivo formatosi più per lo sbandamento dei Tory (da Boris Johnson a Liz Truss), che per un programma concreto di governo dei Labour.

Il politico più furbo di Europa, intanto, Pedro Sanchez, sembra confermare l’antica battuta sul fatto di come il destino di tutte le volpi sia finire in pellicceria. Dopo il suo magico gioco di equilibrismo di mettere insieme l’ala radicale della sinistra spagnola con i conservatori baschi e catalani, dopo aver formato un governo che dipende da un latitante, dopo che tutto il clan politico e famigliare di Sanchez è sotto tiro della magistratura, dopo che diversi leader socialisti sono finiti nei guai per molestie a segretarie e compagne di partito, dopo tre/quattro incidenti su una rete ferroviaria i cui appalti per la manutenzione vennero in parte decisi anche da l’ex ministro dei trasporti socialisti José Ábalos ora in carcere, adesso arrivano le batoste alle elezioni prima nella già “rossa” Estremadura poi nella già semi-rossa Aragona. Se consideriamo l’Europa che si affaccia sull’Atlantico (escludendo il Belgio) solo l’Olanda e il Portogallo hanno ancora un sistema politico decentemente stabile. A Lisbona una certa solidità è ancora innanzi tutto garantita da un partito socialista che dopo il bravo Antonio Costa ha trovato un candidato perle presidenziali (vinte) saggio come António Seguro, appoggiato elettoralmente anche da una buona fetta di politici moderati (tra le cui fila c’è anche il primo ministro Luís Montenegro) che hanno preso le distanze dai conservatori molto radicali e con talvolta anche tratti tendenzialmente razzisti di Chega! (Basta!) che però arrivando al 33 % dei voti “presidenziali” e quasi certamente diventeranno un soggetto stabile, sempre più influente della politica lusitana. Seguro fa parte di quei socialisti responsabili come la danese Mitte Frederiksen, gli esponenti anseatici della Spd, lo stesso pur logorato Starmer, il francese Raphaël Glucksmann che sopravvivono tra un mix di wokisti (tipo la sventata Elly Schlein), ecologisti fanatizzati (tipo Frans Timmermans), di amici di Hamas tipo Francesca Albanese ed altri estremisti vari ben radicati nella sinistra di tutto il Vecchio continente.

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In Olanda invece la solidità del nuovo governo moderatamente di centrodestra nasce innanzi tutto dall’antica saggezza di un popolo che è sopravvissuto alle guerre di religione coltivando il pluralismo e ha saputo gestire il conservatorismo più radicale prima portandolo al governo poi rendendo inevitabile una scissione dei più responsabili tra i seguaci di Geert Wilders. Però ad Amsterdam conta molto anche il patto cosiddetto neo anseatico con le nazioni che si affacciano sul Baltico e che ha un rappresentante di grande qualità nell’ex premier olandese ora segretario della Nato Mark Rutte, la persona che con Friedrich Merz e Giorgia Meloni ha più meriti nel mantenere unito, nonostante tutto, l’Occidente. Chissà se dietro questi fenomeni politici che oggi caratterizzano l’Europa - e che qui ho frettolosamente richiamato - c’è anche uno di quei cambiamenti epocali che così sapientemente descriveva Fernand Braudel quando osservava lo spostamento delle capitali del mondo da Venezia a Madrid, da Amsterdam a Londra. Chissà se dietro a tutto quello che accade sotto i nostri occhi c’è anche uno spostamento di interessi dall’a lungo centrale Oceano Atlantico al Mar Artico (e al connesso Baltico) e a un Mediterraneo inteso come anticamera dell’Indopacifico. Chissà se una certa nuova centralità di Roma (e di Atene) deriva anch’essa da una simile svolta storica.

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