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Simone Gianini: "Le vittime dovranno avere giustizia e risarcimenti"

di Pietro Senaldimercoledì 14 gennaio 2026
Simone Gianini: "Le vittime dovranno avere giustizia e risarcimenti"

5' di lettura

 «Quanto accaduto a Crans Montana per noi svizzeri è una tragedia enorme, sia in termini di sofferenze causate alle vittime, ai loro famigliari e persone vicine, sia per il morale dell’intera nazione, proprio anche per quell’impressione che cose del genere non possano – e non debbano – succedere alle nostre latitudini. Nemmeno un anno fa, tutti abbiamo visto con sgomento quanto accaduto in circostanze (e negligenze) del tutto simili in un locale pubblico della Macedonia del nord. E tutti abbiamo pensato che “da noi non sarebbe mai potuto accadere”. Ecco, questo senso d’impotenza di fronte a un disastro, per il quale si vorrebbe ribobinare la linea del tempo, perché lo si pensava estraneo alle nostre virtù, ci perseguiterà a lungo».

Quanto resterà, nella coscienza e nella storia della Confederazione, considerato anche che la maggior parte delle vittime sono svizzere?
«Senz’altro a lungo. Sia perché sono moltissime le famiglie direttamente toccate dal dramma e quindi gli amici che in comunità così piccole come le nostre conoscono almeno qualcuno che ne è stato colpito. Sia però anche per la dimensione internazionale del disastro, che ci pone di fronte all’evidenza che quel “da noi non avrebbe mai potuto accadere” era fallace. Il pensiero costante va quindi anche alle tante vittime estere e ai loro famigliari. Quanto accaduto non dovrà essere vano, ma portare a un miglioramento della sicurezza e dell’approccio verso rischi del genere. L’accresciuta sensibilità delle autorità locali, non solo in Svizzera, ma anche all’estero, in questi giorni ne è un primo importante passo».

Simone Gianini è un parlamentare ticinese all’Assemblea federale a Berna. Deputato dei Liberali-Radicali, è avvocato e membro della Commissione degli affari giuridici, la quale è competente anche per le norme sull’aiuto alle vittime di reati. In questa intervista a Libero ci spiega le prossime mosse del Parlamento e del governo svizzero per venire incontro ai feriti e alle famiglie dei ragazzi deceduti.

Onorevole, come si viene fuori, a livello di immagine e di credibilità, da una tragedia simile?
«Oltre che riconoscendo le nostre debolezze e cercando di trarne i dovuti insegnamenti – a questo punto, purtroppo, soltanto verso il futuro –, conducendo un’inchiesta approfondita e celere, rispettivamente garantendo giustizia, anche in termini risarcitori, alle vittime e ai loro congiunti».

Il Parlamento e il Governo federali hanno già preso iniziative in tal senso?
«Il Governo federale ha da subito coordinato i rapporti con i Paesi esteri e messo a disposizione forze di polizia federale che affiancano quelle del Canton Vallese perle attività d’inchiesta. Di concerto con il Parlamento federale – nello specifico con la Commissione degli affari giuridici del Consiglio nazionale, nella quale siedo – sta inoltre approfondendo i margini di manovra che offre la nostra Legge concernente l’aiuto alle vittime di reati (LAV) e, laddove non fosse sufficiente, è già iniziata la valutazione sull’eventuale stanziamento di un fondo federale a garanzia del risarcimento delle vittime».

Anche ai cittadini non svizzeri?
«Sì, le prestazioni della LAV – e di fondi accessori che fossero costituiti dallo Stato (com’era stato il caso del disastro aereo di Überlingen nel 2003) sono rivolte anche in favore di vittime estere di reati accaduti in Svizzera (indipendentemente che siano avvenuti con intenzione o negligenza) e ai loro congiunti».

È possibile un commissariamento delle autorità locali?
«Se si pensa alla procedura d’inchiesta, formalmente no. È stata una delle proposte che erano state portate all’interno della Commissione degli affari giuridici del Consiglio nazionale, ma sia il principio del federalismo, sia quello della separazione dei poteri, garantiti dalla Costituzione, non prevedono – e non permettono – l’imposizione di un procuratore straordinario alla magistratura vallesana da parte del Governo o del Parlamento federali. Nemmeno può intervenire in sostituzione la Procura federale, perché la legge attribuisce al Ministero pubblico della Confederazione competenze specifiche (ad esempio il perseguimento di atti di terrorismo) che non sono qui adempiuti».

Oggi il legale di una famiglia delle vittime ha poi chiesto la nomina di un procuratore straordinario che venga da altro cantone....
«È una richiesta che capisco e che potrebbe anche essere accolta. In termini di risposta (e d’immagine) a livello internazionale la pressione sulla magistratura del Canton Vallese è enorme e per ora ha finalmente sortito per lo meno l’incarcerazione preventiva del principale sospettato e misure sostitutive per la moglie. Non si tratta di contravvenire allo stato di diritto, ma di utilizzare tutti i margini (e ridurre al minimo i rischi) che la legge permette, per dare atto di condurre l’inchiesta in modo efficace e celere».

Per noi italiani la riservatezza svizzera nel vivere il dolore è incomprensibile, finanche sospetta. Ci dà la sensazione che non si voglia parlare per nascondere...
«Non è così. Da noi vigono forse regole diverse, anche giornalistiche, a protezione (e rispetto) delle vittime. Lo si è visto molto bene nell’appello pubblico da parte dei famigliari della giovane italiana, ma residente nel Cantone Ticino, i cui funerali sono stati tenuti a Lugano, che hanno esplicitamente chiesto ai media di rispettare la loro privacy. Vi è forse meno spettacolarizzazione, ma non certo meno empatia e sensibilità, sia riguardo a quanto successo e alla volontà di avere delle risposte, sia nei confronti delle tante vittime che non ci sono più o che avranno a che fare un lunghissimo percorso di ritorno alla normalità».

A livello giudiziario la strage è destinata a restare una questione cantonale o esiste un estremo grado di giudizio nazionale a cui le vittime possono appellarsi?
«Sia nella procedura penale, sia in quelle civili che dovessero essere intentate, le sentenze dei tribunali cantonali sono impugnabili al Tribunale federale, che è la nostra ultima istanza giudiziaria e quindi la massima corte giurisprudenziale».

Lei che è anche avvocato, sa immaginare i tempi di questa inchiesta, che si annunciano lunghi?
«Non sono in grado oggi di dire quanto tempo ci vorrà per arrivare a un giudizio e poi alla sua crescita in giudicato, ma osservo che – sotto la pressione di cui dicevamo prima – la procura vallesana ha dapprima ottemperato, con l’aiuto di diverse forze di polizia forense anche degli altri cantoni, al celere riconoscimento delle vittime e, ora, messo in campo quattro procuratrici e una procuratrice generale che si occupano della procedura istruttoria. Dopo un – secondo me poco comprensibile – tentennamento iniziale, a distanza di una settimana è poi stato predisposto il fermo dei principali indiziati, le cui misure di limitazione della libertà personale sono già state confermate dal giudice competente. Mi aspetto quindi che la procedura penale si svolga con sollecitudine. Lo si deve alle vittime, ai loro famigliari, così come a un’intera nazione, ma anche agli Stati esteri, che aspettano delle risposte».

Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha detto che l’Italia si costituirà parte civile...
«Lo capisco, così come capisco l’apertura di procedure ancillari all’estero come quella della Procura di Roma a supporto delle vittime italiane».