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Il Mein Kampf di Yahya Sinwar, capo di Hamas

"Le spine e il garofano" del 2004 anticipa tutte le mosse successive dei terroristi. L'ex leader della formazione terrorista? Una mente superiore e una sciagura per la sua gente
di Giovanni Longonivenerdì 20 febbraio 2026
Il Mein Kampf di Yahya Sinwar, capo di Hamas

6' di lettura

Il collega Andrea Scaglia è il più filo-israeliano che ci sia nella redazione di Libero. Andrea, parlando del defunto comandante militare di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ebbe a dire un giorno che, se un uomo così fosse vissuto dall’altra parte della barricata, sarebbe stato uno dei più grandi eroi di Israele e della democrazia, uno come Ioni Netanyahu o Moshè Dayan. Probabilmente Andrea sbaglia ma solo per difetto: Sinwar è stato anche una mente superiore. E una sciagura per la sua gente.

Qualcosa di chi fosse questa persona non comune si può cogliere dal romanzo “Al-Shawk wa-l-Qarnafil” (“La spina e il garofano”) scritto dal leader terrorista durante i suoi ventidue anni di prigionia nelle carceri israeliane e pubblicato in una versione inglese nel 2004. Il libro è poi stato tradotto di recente in italiano ed è uscito per gli Editori della Luce quindi veda il lettore se vuole fare avere dei soldi a Davide Piccardo oppure no.

Nella saga della famiglia di Ahmad, che attraversa la storia palestinese dal 1967 fino alla Seconda Intifada, Sinwar costruisce un'architettura ideologica in cui la fede diventa il motore della sovranità nazionale e del sacrificio escatologico. L'opera riflette la fusione tra l'attivismo dei Fratelli Musulmani e una visione più radicale, permeata da elementi che, pur nascendo in seno al sunnismo, attingono a motivi del messianismo sciita e a una metafisica del martirio che prefigura le azioni militari del movimento Hamas decenni dopo la stesura.

Come Adolf Hitler nel “Mein Kampf”, anche Yahya Sinwar dice sempre la verità. Ad esempio, non nasconde il fatto che la presenza di Israele abbia portato ricchezza e progresso anche per gli arabi palestinesi. Non lo nasconde affatto perché ritiene il benessere garantito dallo Stato ebraico un pericolo, anzi una forma di abiezione morale. Il romanzo introduce, e non è una novità, il concetto di Palestina come Waqf, un termine legale e teologico che indica una terra consacrata a Dio che non può essere venduta, divisa o soggetta a compromessi diplomatici. Questa visione emerge con forza nei dialoghi tra i personaggi di Mahmoud, che rappresenta il partito laico Fatah, e Ibrahim, che incarna la voce della resistenza islamica. Nel romanzo, il dibattito sugli Accordi di Oslo funge da cartina di tornasole per questa opposizione. Mentre Mahmoud sostiene la necessità di un approccio di realismo politico per ottenere uno Stato nei confini del 1967, Ibrahim denuncia questa posizione come un tradimento del "sangue dei martiri" e del mandato divino.

Mahmoud, ingegnere laureato al Cairo, è l'esponente del nazionalismo di Fatah con la sua enfasi sulla autodeterminazione nazionale, il diritto internazionale e il Pragmatismo, in particolare l’accettazione di compromessi per ottenere la statualità. Un altro personaggio, Abdul Hafiz, invece rappresenta il socialismo del PFLP. Materialismo storico, solidarietà internazionalista e resistenza anticoloniale focalizzata sulla lotta di classe sono i suoi cavalli di battaglia. Poi c’è Ibrahim, sostenitore dell’islamismo e di Hamas. Per lui l’unica strada è quella del Jihad totale e del rifiuto di ogni negoziato territoriale.

Sinwar contrappone insomma la religione a nazione e società, le due principali concezioni del mondo elaborate in Europa dopo la fine dell'antico regime. Due idee che per qualche decennio erano sembrate attecchire anche in terra islamica, fra il 1919 con la nascita del Wafd fino al 6 ottobre 1981, con l’omicidio di Anwar al Sadat. Questa tripartizione ideologica permette a Sinwar di dimostrare, all'interno della narrazione, come solo la cornice islamica sia capace di integrare la sofferenza del rifugiato in un piano cosmico di salvezza. Sinwar, che in questo ricorda Khomeini, vede nell'Islam la soluzione ai problemi che né il socialismo né il nazionalismo hanno saputo risolvere. Ma questa costellazione- fede, nazione, società- spiega anche la perdurante popolarità del terrorismo islamico negli ambienti di estrema sinistra e destra in occidente. Un aspetto particolarmente originale del libro sono i collegamenti col messianismo islamico, con sfumature che richiamano la cultura rivoluzionaria sciita, nonostante l'identità sunnita dell'autore. Questi elementi si manifestano principalmente nell'enfasi sulla sofferenza purificatrice, sul culto del martirio e sull'escatologia della terra di Bilad al-Sham (il Levante).

MARTIRIO NECESSARIO
Sebbene non vi sia un riferimento esplicito all'Imam Hussein o alla tragedia di Karbala, l'intera struttura del romanzo ricalca l'etica del "sacrificio necessario" tipica dello sciismo rivoluzionario. La figura di Ibrahim incarna l'eroe puro che accetta la morte imminente come una liberazione e un atto di testimonianza. Sinwar dedica ampie sezioni alla descrizione della Palestina non come una nazione moderna, ma come la “Terra di Isra e Mi’raj” (il viaggio notturno e l’ascensione del Profeta). Durante un viaggio a Gerusalemme descritto nel libro, Ibrahim spiega ai giovani che la scelta divina di far ascendere Muhammad al cielo proprio da Gerusalemme e non dalla Mecca è la prova definitiva dell'importanza centrale della Palestina nel destino finale dell'umanità. Questa visione trasforma il conflitto in una battaglia apocalittica. Il tema del martirio è il vero fulcro attorno a cui ruota l'intero romanzo.

Il titolo stesso vi allude: la "spina" (Al-Shawk) è la sofferenza cui va incontro il martire; il "garofano" (Al-Qarnafil) è la gloria della vittoria, spirituale prima che materiale. Sinwar suggerisce con queste immagini abbastanza masochistiche che non può esserci il garofano senza la spina: la redenzione nazionale e spirituale passa necessariamente attraverso un oceano di sofferenza. Al-Shawk wa-l-Qarnafil è un testo fondamentale per comprendere la psicologia di Yahya Sinwar e l'ideologia di Hamas. Il libro dimostra che Sinwar aveva pianificato e interiorizzato la propria fine come martire già vent'anni prima che accadesse realmente nel 2024.

Da queste pagine emerge chiaramente anche il problema incontrato da Israele nel combattere contro un nemico che vuole essere sconfitto. L'azione militare del 7 ottobre 2023 si spiega solo in quest'ottica. Il suo motivo scatenante è senza dubbio un evento contingente, vale a dire il successo diplomatico di Israele nel realizzare gli accordi di Abramo: a settembre 2023 sembrava imminente l'ingresso della Arabia Saudita negli accordi, con l'ok della autorità nazionale palestinese di Mahmoud Abbas. Riad pareva pronta al doppio riconoscimento, di stato palestinese e stato ebraico. Il 7 ottobre fu il tentativo, in parte fallito, in parte riuscito, di cambiare il corso della storia, facendo deragliare le trattative.

IL 7 OTTOBRE
Ehud Yaari, analista di lungo corso per Channel 12, a giugno 2024 riconosceva il fatto che l'incursione di Hamas quel sabato mattina non solo aveva preso alla sprovvista il sistema difensivo di Gerusalemme ma avrebbe potuto innescare una crisi peggiore. Se Hamas fosse avanzato fino alla Cisgiordania, e si trattava di percorrere ancora una ottantina di chilometri, avrebbe fatto esplodere tutti i territori palestinesi. I comandi gazawi, dalle intercettazioni israeliane, si resero conto chiaramente del successo clamoroso della loro incursione ma non vollero sfruttare l'occasione. Non per cecità strategica ma perché il raid aveva uno scopo preciso. E cioè quello di provocare la risposta più dura da parte del nemico, colpendolo con le violenze più efferate e con la più grande presa di ostaggi della storia del conflitto.

L'azione era però stata meticolosamente preparata da anni. Il libro di Sinwar spiega come le due cose, lunghissima pianificazione e motivo scatenante contingente, non si contraddicano. Era da anni forse decenni che Sinwar preparava il martirio del suo popolo. L'autogenocidio, insomma, per interposte IDF. La stessa morte di Sinwar è stata al tempo stesso preparata con cura e capitata per caso. Ce la ricordiamo tutti perché è stata data filmata da un drone israeliano, quello che lo ha ucciso. E anche in questo finale si è assistito al paradossale trionfo di Sinwar, anche qui Israele è stato costretto a collaborare al progetto del suo peggior nemico.