All'alba di oggi sabato 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno attaccato Teheran, dichiarando guerra all'Iran. Qui di seguito l'articolo di Carlo Nicolato pubblicato su Libero proprio il 28 febbraio.
La Farnesina ha confermato di aver invitato gli italiani a lasciare l’Iran, a non viaggiare in Libano e in Iraq e a prestare la massima attenzione in Israele. Il Regno Unito ha ritirato «temporaneamente« il personale diplomatico dalla sua ambasciata a Teheran «a causa dell’attuale situazione di sicurezza», mentre la Cina ha consigliato ai suoi cittadini di evitare di recarsi in Iran e ha esortato coloro che si trovano già nel Paese ad andarsene il prima possibile, con i voli disponibili o via terra.
Avvisi e consigli arrivati uno dopo l’altro con effetto domino dopo che il Dipartimento di Stato americano ha ordinato di evacuare il personale non essenziale dall'ambasciata in Israele, un segnale inequivocabile, secondo i giornali statunitensi, che un attacco è ormai imminente.
All’inizio di questa settimana, peraltro gli Stati Uniti hanno evacuato anche tutto il personale non essenziale e i loro familiari dall'ambasciata di Beirut invitando gli americani presenti nel Paese ad andarsene quanto prima. Sarà dunque guerra? Ieri il presidente americano Donald Trump sulla falsariga delle ultime settimane, non ha confermato nulla, sostenendo di non aver ancora deciso per un attacco e di preferire di gran lunga un accordo, ma sottolineando anche di non essere contento di come gli iraniani stanno negoziando.
«Non hanno ancora detto le parole magiche», ovvero niente armi nucleari, ha sottolineato il presidente, ribadendo di non essere interessato a usare la forza, «ma a volte è necessario». «Teheran sarebbe intelligente se facesse un accordo», ha aggiunto in conclusione. Segnali di guerra peraltro arrivano anche dal lato iraniano con i gruppi armati sciiti presenti in Iraq che hanno esortato i loro combattenti a prepararsi a un lungo conflitto. Il gruppo Kateb Hezbollah ha anche avvertito Washington che avrà «ingenti perdite» qualora dovessero avviare un conflitto nella regione.
Una eventualità, quella della guerra lunga, che tuttavia Trump ha sempre escluso per principio e a priori. In un’intervista rilasciata al Washington Post il vicepresidente Vance ha a sua volta riferito che è «impossibile» che l’eventuale attacco possa coinvolgere gli Usa in una guerra lunga e prolungata nel tempo. Vance ha ribadito di considerare se stesso e il presidente degli «scettici degli interventi militari all’estero», sottolineando che tutti preferiscono l'opzione diplomatica, ma che dipende «da ciò che faranno e diranno gli iraniani».
Il viaggio di Marco Rubio in Israele, confermato ieri dal Dipartimento di Stato americano per lunedì e martedì prossimi, lascia intuire che almeno fino alla fine di quelle date non succederà nulla. Rubio, ha affermato il portavoce Tommy Pigott, «discuterà una serie di priorità regionali», tra cui Libano, il Piano di Pace in 20 punti di Trump per Gaza e ovviamente anche di Iran. Verosimilmente l’attacco potrebbe essere sferrato dopo la sua partenza, nel momento in cui la portaerei Gerald Ford, ora di passaggio in Israele, si troverà nei pressi del Golfo al largo dell’Oman.
I mercati, con i future del petrolio in netto rialzo, scommettono proprio su quello scenario, ipotizzando che sia questione di qualche giorno, ma la strada diplomatica in realtà, come ha sottolineato lo stesso Trump, non è per nulla defunta.
I colloqui di Ginevra di giovedì sono stati giudicati da entrambe le parti “positivi” mentre ieri il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Al Busaidi, principale mediatore tra Stati Uniti e Iran, era in visita a Washington per un incontro con lo stesso Vance. Tuttavia il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che, per raggiungere un accordo, gli Stati Uniti dovranno abbandonare le loro «richieste eccessive». In una telefonata con l'omologo egiziano Badr Abdel Atty, Araghchi ha affermato che «il successo di questo percorso richiede serietà e realismo da parte americana, evitando qualsiasi errore di calcolo e richieste eccessive».
Il ministro egiziano ha anche sentito Rafael Grossi, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dalla quale è riemerso nelle ultime ore un rapporto confidenziale inviato agli Stati membri in cui si sostiene che l’Iran starebbe custodendo uranio arricchito al 60% nel sito nucleare di Isfahan, quello bombardato nel giugno scorso dagli americani ma i cui magazzini sotterranei sarebbero rimasti pressoché intatti.
Tale percentuale è la stessa che l’Aiea aveva indicato prima dei bombardamenti dello scorso anno in cui aveva anche avvertito che la preoccupante accelerazione nell’arricchimento avrebbe portato l’Iran ad avere la bomba atomica in un tempo relativamente breve. Al termine dei colloqui di Ginevra, l’Agenzia aveva però comunicato di non essere in grado di verificare se l’Iran abbia proseguito o cessato ogni attività di arricchimento dell’uranio, dal momento che non è stata più autorizzata ad accedere ai siti nucleari colpiti nel giugno scorso.
La collaborazione con l’Aiea infatti era stata sospesa in occasione dell’attacco e Grossi stesso, giudicato persona non grata da Teheran, era stato invitato a non farsi più vedere. «Il direttore generale invita l’Iran a coinvolgere l’agenzia in modo costruttivo al fine di facilitare la piena ed efficace attuazione delle misure di salvaguardia in Iran», si legge nel documento dell’Aiea redatto in questi giorni. Collaborare sarebbe visto come un segnale di buona volontà da parte della Repubblica islamica, la quale però, finora, non sembra granché preoccupata della sua reputazione internazionale.




