"Una guerra non si inizia così, non è un avvio tradizionale per una guerra destinata a durare a lungo": sono pesanti le parole del generale Leonardo Tricarico, che ospite questa mattina di Rainews commenta in tempo reale l'offensiva militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran.
Dopo l'operazione Midgnight hammer dello scorso giugno, con la "guerra dei 12 giorni" che aveva colpito le infrastrutture nucleari della Repubblica islamica, è arrivata quella che Israele ha ribattezzato l'operazione "Leone che ruggisce", in chiara continuità anche simbolica con quanto accaduto nel 2025.
Quando la situazione in Medio Oriente precipita, il timore di tutti è quello di una "guerra mondiale", visti i grandi interessi internazionali ed economici in gioco e le potenze che si celano dietro Teheran, dalla Russia alla Cina. Secondo il generale Tricarico, però, l'offensiva di Trump e Netanyahu sembra più a una pistola carica posata sul tavolo, un tentativo estremo di ricondurre la Guida suprema Ali Khamenei e gli ayatollah a negoziare davvero sullo stop al nucleare, dopo il fallimento del tavolo di Ginevra. L'altra posta in gioco, strettamente collegata, è il regime change, il cambio di regime con la caduta dei Pasdaran. Scommessa molto rischiosa.
La posizione del generale è condivisa da Guido Crosetto, ministro della Difesa italiana, secondo cui l'attacco all'Iran "non è sicuramente una guerra che dovrebbe avere prospettive di lunga durata". "Diventerebbe difficile per gli stessi Stati Uniti, viste le dimensioni e il numero di abitanti dell'Iran - sottolinea Crosetto al Tg1 -. Non si può pensare a un'operazione di conquista dell'Iran. Non esiste alcuna alternativa immediata all'attuale guida iraniana, e poi parliamo di un enorme Paese in termini di dimensioni geografiche e di popolazione. Io penso che l'intento sia quello di costringere l'Iran a un cambio di politica, a sedersi a un tavolo negoziale e desistere dal tentativo di avere un'arma nucleare. Un'Iran con l'arma nucleare sarebbe una variabile totalmente impossibile da controllare", ha aggiunto il ministro.
L'unica arma iraniana, sottolineava Tricarico, "è il suo sistema missilistico, l'unica cosa di cui non vogliono parlare al tavolo negoziale ed è anche quello che temono gli Stati Uniti, perché è in crescita e un giorno potrebbero colpire gli stessi Stati Uniti". Un sistema missilistico che peraltro è entrato subito in funzione per colpire Israele e dare il via alla rappresaglia.
Secondo fonti israeliane, peraltro, già nell'ultimo colloquio a Washington lo scorso 10 febbraio il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Trrump avrebbero concordato questo attacco. In ballo, ora ci sono due macro-questioni: il controllo dei traffici commerciali nei due stretti, fondamentale per Teheran che così può "strangolare" Israele e i suoi alleati, compresi quelli europei. La seconda, è la reazione dei cosiddetti "proxy", gli alleati regionali dell'Iran: Hezbollah, Houthi e Hamas, chiamati ora a rispondere ciascuno secondo le proprie capacità.




