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Iran, a chi passa il potere dopo Khamenei: il regime lotta per sopravvivere

#Netanyahu ha spedito a #Trump la foto di #Khamenei morto: si era fatto odiare reprimendo le rivolte. Ora il potere in #Iran passa a #Larijani
di Andrea Morigidomenica 1 marzo 2026
Iran, a chi passa il potere dopo Khamenei: il regime lotta per sopravvivere

3' di lettura

Ormai lo chiamavano “il topo”, perché all’età di 86 anni era costretto a nascondersi sotto terra. Per Haj Sayyd Alì Khamenei è stato meglio essere disintegrato da un missile, per non fare la fine di Muhammar Gheddafi in Libia, linciato dalla folla. Non lo avevano mai amato, in Iran. Né il popolo né gli intellettuali, né il clero.
Si attendeva da ieri il discorso della Guida Suprema della Repubblica Islamica iraniana.

Almeno per smentire le voci sulla sua morte, rimbalzate da ieri mattina e debolmente smentite dal regime. Fino ad annullare, in serata, l’annunciato appuntamento tv. Poi la notizia sul recupero del cadavere, diffusa da The Times of Israel, e la fotografia spedita dal premier israeliano Benjamin Netanyahu al presidente americano Donald Trump hanno dato il colpo di grazia alla Repubblica islamica.

Salutava sempre con la mano sinistra. L’ayatollah era mancino suo malgrado da 45 anni e non per trasgredire alla tradizione islamica che prescrive l’utilizzo della mano destra per le azioni più nobili e dell’altra per le necessità. Sabato 27 giugno 1981, alla moschea di Abuzar a Teheran, un finto giornalista riesce a piazzare davanti all’hojatoleslam sciita un registratore esplosivo. Quando salta in aria, spunta il biglietto: «Un omaggio dal gruppo Forqan alla Repubblica Islamica».

Sono terroristi sciiti ma anticlericali, dicono di ispirarsi ad Ali Shariati, teorico del marxismo sciita che secondo Vali Nasr aveva avuto un certo influsso anche su Khamenei. Nella deflagrazione, che rischia di mandarlo all’altro mondo, rimane dilaniato solo il lato destro del suo corpo. Tipo il visconte dimezzato di Italo Calvino, colpito dai turchi.
Khamenei si era già fatto abbondantemente odiare prima di ordinare centinaia di impiccagioni e la repressione delle proteste popolari, attraverso lo sterminio di 40mila manifestanti. All’epoca era segretario del partito della Repubblica Islamica, candidato alle presidenziali, anche se l’ayatollah Ruhollah Khomeini, augurandogli la guarigione, lo indicava già come «discendente del Nobile Profeta e dell’Imam Husayn».

Poco più di tre mesi dopo, il 2 ottobre, Khamenei viene eletto presidente della Repubblica. Lo si riconosce più che altro perché indossa una veste di color marroncino, invece che grigia o nera, riferisce Mehdi Kalaji, nella sua biografia non autorizzata della Guida Suprema, The Regent of Allah: Ali Khamenei's Political Evolution in Iran. Il 16 agosto 1985 ottiene un secondo mandato fino al 1989, anno in cui muore Khomeini. Khamenei gli subentra, benché abbia fama di moderato e perfino di modernista, tanto da aver criticato la fatwa sullo scrittore anglo-britannico Salman Rushdie, condannato a morte per aver pubblicato i Versetti satanici. Benché malato, Khomeini lo aveva rimesso subito in riga, ma in questo modo aveva inconsapevolmente nominato il suo successore, «promosso improvvisamente da hojatoleslam ad ayatollah» per poter ricoprire la carica di Rahbar, cioè la Guida Suprema, «nonostante non avesse in precedenza una gran reputazione di studioso» e fra le proteste degli ayatollah più anziani che non lo consideravano degno di far parte dell’alta gerarchia sciita, ricostruisce nella sua Breve storia dell’Iran. Dalle origini ai nostri giorni, Michael Axworthy, ex direttore della sezione iraniana del British Foreign Office.

In realtà, da ragazzo, avrebbe voluto scrivere poesie. E tuttora organizzava convegni con scrittori, declamando versi e afferma di aver fatto parte di circoli letterari, all’interno dei quali però, secondo il fondatore della rivista Adineh, Faraj Sarjkohi, non era granché apprezzato. Anzi, è Khamenei stesso ad ammettere che fu il poeta iraniano Amiri Firuzkuhi a consigliargli di non perdere tempo con le sue liriche mediocri. Carmina non dant panem. È così che il giovane Khamenei, nato il 15 luglio 1939 a Mashaad, città santa per gli sciiti, nella regione del Khorasan, si era convinto di avere una missione.

Attualmente, secondo i calcoli della Reuters, controllava un patrimonio stimato in 95 miliardi di dollari. Era il 17° Paperone del mondo, se fosse stato inserito nella classifica di Forbes. Non li impiegava per i propri soddisfacimenti, ma erano nella sua disponibilità esclusiva, per esportare la rivoluzione sciita nel mondo. Quanti ne avesse trasferiti all’estero, è ignoto, anche se il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, il 15 gennaio, riferiva movimenti da «decine di milioni di dollari». Per l’interregno, dovrebbe subentrare un consiglio di quattro persone, a cui Khamenei nei giorni scorsi avrebbe affidato la successione, guidato da Alì Larijani.