Non bastasse il conflitto con l’Iran, Donald Trump è alle prese anche con una guerra fredda nello sport nella quale, se non volano proiettili, ballano soldi, reputazione, potere, condizionamenti politico-diplomatici: si chiama soft-power e di morbido ha poco, come testimonia la mossa dell’Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) che sta tentando il colpo di mano per far fuori Trump dalle Olimpiadi di Los Angeles 2028, con possibili ripercussioni anche sugli imminenti Mondiali di calcio.
Nel Comitato esecutivo Wada di dopodomani è stata infatti messa all’ordine del giorno la proposta di rivedere il regolamento per impedire al presidente Trump e a tutti i funzionari del governo statunitense l’accesso alle manifestazioni, entrambe in programma proprio negli Stati Uniti. Un rilancio spregiudicato, fossimo al tavolo da poker sarebbe chiaramente un all-in, una rappresaglia verso il continuativo e verbalizzato rifiuto del governo statunitense di versare la quota annuale di finanziamento alla Wada: circa 4 milioni di dollari, cifra fra le più consistenti dei circa 58 milioni totali.
I 23 CINESI POSITIVI
Vale la pena ricordare che il rubinetto di Washington si è chiuso non per una bizza di qualche bifolco Maga ma in seguito a una durissima presa di posizione unanime e bipartisan degli Usa contro la gestione dell’Agenzia di un caso scabroso che ha coinvolto Pechino prima dei Giochi di Tokyo, svoltisi nel 2021. A inizio 2024 un’inchiesta del New York Times, realizzata insieme all’emittente pubblica tedesca Ard, ha rivelato che 23 nuotatori cinesi erano risultati positivi alla trimetazidina (migliora le prestazioni cardiache) nel 2021, poco prima delle Olimpiadi giapponesi. Tutti si attendevano approfondimenti e sanzioni, invece non si è mossa una foglia: tredici di loro hanno gareggiato lo stesso - conquistando tre ori- e undici hanno partecipato anche ai successivi Giochi di Parigi. Da subito gli Usa hanno accusato la Wada di aver accettato acriticamente la spiegazione di Pechino, secondo cui gli atleti erano stati vittime di una «contaminazione alimentare» per il cibo di un hotel, senza avviare un’indagine indipendente o sospendere gli sportivi.
Nel maggio 2025, il Senato degli Stati Uniti ha tenuto l’udienza denominata “Wada Shame” (Vergogna Wada), accusando l’agenzia di aver «insabbiato» i test per non compromettere i rapporti con la Cina. La Wada ha risposto definendo le accuse statunitensi una «campagna diffamatoria guidata da ragioni geopolitiche», ma certo a Washington hanno avuto buon gioco a sottolineare la tempistica sospetta dei 2 milioni di dollari versati dalla Cina all’Agenzia in aggiunta alle quote associative obbligatorie (circa 430mila dollari) proprio nel periodo compreso tra il 2018 e il 2021 (gli anni che hanno preceduto lo scandalo dei 23 nuotatori).
Una faccenda che fa il paio con quanto rivelato nel 2023 da un documento dell’Associated Press, secondo cui la società cinese di prodotti sportivi Anta Sports ha firmato un accordo triennale per fornire abbigliamento sportivo con il marchio Wada. “Stranamente”, tra gli altri gruppi sponsorizzati dall’Anta figurano la Federazione nazionale cinese di nuoto e il Comitato olimpico cinese.
Questione autonomia che passa anche per il caso di Yang Yang: di quale ente l’ex pattinatrice olimpionica è Vice Presidente? Della Wada, dal 2019. E sebbene la 50enne sia figura di prestigio, il fatto che sia stata membro del Congresso Nazionale del Popolo cinese alimenta i sospetti americani sulla sua capacità di agire in modo indipendente da Pechino.
CLAUSOLE E RICATTI
Se poi ci mettiamo anche che gli Usa accusano la Wadadi aver ignorato per anni le segnalazioni del whistleblower Grigory Rodchenkov sul doping di Stato russo, che hanno smascherato le incredibili pratiche di Sochi 2014 (laboratori paralleli segreti, urine positive scambiate di notte con quelle “buone”) il quadro del conflitto geopolitico è completo.
Nella Cold War Usa-Wada si è mosso anche il Cio, con un tentativo di mitigazione che però negli States non hanno preso bene. Per spingere l’America a posizioni più concilianti, il Comitato Olimpico Internazionale ha inserito una clausola senza precedenti nel contratto per le Olimpiadi invernali 2034: se gli Usa non riconosceranno la «suprema autorità» della Wada o mineranno il Codice Antidoping, il Cio si riserva il diritto di revocare l’assegnazione dei Giochi allo Utah.
Un messaggio anche nell’ottica degli Enhanced Games di Las Vegas, la discussa competizione di puro show-biz dove il doping è permesso e che Donald Trump jr ha anche finanziato.




