A Budapest il fresco super vincitore Peter Magyar sta iniziando la caccia alle streghe. Piazzerà i suoi uomini con un blitz quasi militare in quanti più spazi possibili della pubblica amministrazione ungherese. Il regime change che non abbiamo visto (ancora?) in Iran lo vedremo in Ungheria. La discontinuità investirà moltissimi dossier anche di politica estera a partire dai rapporti con l’Unione Europea. Ma per quel che riguarda le relazioni con Russia ed Ucraina così come la gestione del dossier energia- neanche troppo sotto sotto ed al di là dei perentori proclami, ci sarà continuità con l’odiato Orban.
L’Ungheria non ha problemi di energia. 16 dei 40 miliardi di KWh consumati ogni anno provengono dal nucleare. Il prezzo all’ingrosso dell’energia, grazie anche e soprattutto a questi reattori, è significativamente inferiore al nostro. Dal 10 al 20% per intendersi. Gli ungheresi hanno bisogno come tutti di petrolio e di gas. Quanto al greggio, è vistosamente cresciuta la dipendenza dall’orso russo nel corso degli ultimi sei anni. Ed è anche su questo dossier che Orban si è giocato- e forse ha perso- la sua rielezione. Nel 2019 il petrolio importato dalla Russia era stimato incidere in misura pari a quasi il 60% del totale. Oggi supera addirittura il 90%. Sostanzialmente stabile la dinamica dell’incidenza del gas russo. Estremamente alta, perché pari a circa il 90%, ma senza variazioni nel corso degli anni.
Il trasporto del petrolio e del gas può avvenire in due modi: via nave e via tubo. Il primo è come un matrimonio che lega quasi indissolubilmente un giacimento al suo mercato. Come tutti i matrimoni più terminare bruscamente con un divorzio spesso travestito da bombardamenti. La nave invece va dove la porta il prezzo. Insomma una botta, o anche più botte, e via.
L’Ungheria non ha sbocchi sul mare e quindi per approvvigionarsi di petrolio e gas le servono tubi.
L’oleodotto Druzhba, al centro di una diatriba con l’Ucraina perché danneggiato non si sa da chi (Mosca secondo Zelensky o Kiev secondo Orban) è l’autostrada con cui arriva il petrolio. Il gasdotto Turkstream è invece il tubo del gas. Ed arriva in Ungheria passando dalla Serbia. Morale del pistolotto? Pure Magyar ha ribadito che la partnership con la Russia rimane anche perché non ci sono alternative. Ed anche sui rapporti con l’Ucraina, tanto rumore per nulla.
Il neo presidente conferma la contrarietà dell’Ungheria all’ingresso di Kiev nell’Unione Europea. Il motivo è semplice. Una fottuta questione di soldi. Il bilancio dell’Ue funziona che ci sono alcuni stati che versano più di quanto ricevono. E questi sono i contributori netti fra cui l’Italia. Poi ci sono invece quelli che ricevono più di quanto danno. Questi sono i beneficiari netti. Fra cui l’Ungheria, che si è però vista chiudere i rubinetti con la scusa che Orban ha fatto quello che fra poco farà il successore Magyar. Che però è il cocco di Bruxelles e quindi bene così.
Magyar occuperà come ha già annunciato ogni spazio della pubblica amministrazione. L’Ungheria si ritrovava infatti bloccati 18 miliardi di euro di contributi che ad oggi non ha infatti ancora ricevuto. Otto miliardi circa riguardano i fondi di coesione e arrivano dal bilancio pluriennale. Dieci miliardi provengono invece dal cosiddetto Recovery Fund messo in pista per fronteggiare l’emergenza covid. Una cifra rilevantissima pari a quasi il 9% del Pil. Rapportati all’Italia sarebbe all’incirca 180 miliardi. Ma non di debito, bensì di contributi. Ecco spiegato perché Magyar farà gli occhi dolci a Bruxelles e manderà a quel paese Kyev col sorriso sulle labbra.
L’Ucraina fra i piedi costituirebbe un problema per Budapest. L’emergenza bellica e la necessità della ricostruzione costringerebbero Budapest a stringere la cinghia rinunciando a molti contributi. E sempre per assicurarsi la benevolenza di Bruxelles, Budapest darà il via libera al prestito (che non sarà mai restituito) dell’UE a Kiev pari a 90 miliardi. Con la particolare avvertenza che l’Ungheria non scucirà un euro. In finale: Magyar è “buono”, Orban è “cattivo”, ma l’Ungheria vuole il petrolio di Putin, Kyev fuori dall'UE ed i soldi di Bruxelles. E all’Unione Europea andrà bene così.