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Il radicalismo islamico e il ruolo dell’Europa

Ogni giorno si osserva con apprensione gli eventi militari in corso nello Stretto di Hormuz. A tutti è evidente come il regime apocalittico -omicida iraniano abbia preso in ostaggio un’arteria vitale dell’economia globale e ricatti la comunità internazionale
di Lodovico Festagiovedì 28 maggio 2026
Il radicalismo islamico e il ruolo dell’Europa

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Ogni giorno si osserva con apprensione gli eventi militari in corso nello Stretto di Hormuz. A tutti è evidente come il regime apocalittico -omicida iraniano abbia preso in ostaggio un’arteria vitale dell’economia globale e ricatti la comunità internazionale. Un qualche sollievo, comunque, è senza dubbio venuto dall’incontro tra Donald Trump e Xi Jingping, che ha aperto la strada al difficile negoziato oggi avviato. Nei prossimi giorni si capirà se questo negoziato funziona. In ogni caso non sarà facile superare la diffusa inquietudine delle opinioni pubbliche occidentali perché intanto continua la guerra in Ucraina, pesano le minacce cinesi a Taiwan, e in tanti luoghi in Medio Oriente e Africa si continua a sparare. Dopo il 1945 non sono mancati momenti di tensione, ma al fondo prevaleva la persuasione che l’accordo siglato a Yalta tra campo sovietico e campo occidentale, evitasse esiti più tragici. Finita l’Urss, per un periodo siamo stati convinti che la kantiana pace perpetua fosse alle porte.
La guerra civile nell’ex Jugoslavia venne considerato un incidente. Ma l’attentato alle Torri gemelle di Manhattan nel 2001 svelò un disordine internazionale crescente che nei 25 anni seguenti non si è riusciti a superare.

Sono sacrosanti gli appelli della Chiesa alla pace: predicare il “bene” non solo è giusto, ma anche utile perché richiama tutti a fare i conti con la propria coscienza morale. Però la testimonianza non sostituisce la responsabilità politica di chi deve scegliere il meno peggio per evitare catastrofi. Magari, poi, è pure astrattamente apprezzabile immaginare un ordine multilaterale che temperi le prepotenze dei più forti. Però oggi il muoversi di tante medie potenze, ricorda l’affannoso costituire triplici intese, sostituite da triplici alleanze, che freneticamente avveniva alla vigilia della Prima guerra mondiale.
Al fondo nell’attuale situazione internazionale complessa e delicata quello di cui si sente più bisogno è un approccio realistico.


Secondo me sono tre i fattori principali che caratterizzano l’attuale realtà storica: innanzi tutto una rinnovata tendenza a quella polarizzazione ideologica che è ricorrente in Europa dopo la fine dell’impero romano e dopo la divisione tra cristiani avvenuta con Martin Lutero: è dalla fine del Cinquecento che i conflitti economico-sociali e ideologici nel Vecchio continente tendono a trasformarsi in devastanti guerre civili come quelli della guerra dei Trenta anni, le guerre napoleoniche, la prima vera guerra moderna nel 1861 in un’area di civilizzazione europea come gli Stati Uniti, e la grande macelleria iniziata nel 1914 e finita nel 1945. Tratti di questa nostra diabolica tradizione mi pare di coglierli anche oggi, riprodotti in certi scontri inconciliabili, per fortuna ideologici e non armati ma comunque paralizzanti: al fondo agiscono gli effetti di una globalizzazione che contrappone una certa cultura conservatrice capace di mettere insieme ceti popolari e settori della borghesia, a una certa cultura liberal che raccoglie larghi settori del lavoro intellettuale, giovani non di rado per diversi motivi disperati e aree dell’immigrazione. Altro fattore determinante dell’attuale momento è l’entrata dell’Asia nel Grande gioco globale: la Cina e sempre più l’India non sono solo alleati di potenze dominanti come prima del 2000, ma sono protagonisti, rafforzati anche dal fatto che Mosca è sempre più “asiatica” e meno europea. La terza grande contraddizione negli equilibri internazionali attuali, è il rilancio di un fondamentalismo islamico che esprime una storia secolare (interrotta dalla fine dell’impero ottomano tra il 1918 e il 1923): la nuova vague fondamentalista inizia nel 1979 a Teheran, prosegue con i talebani, esplode con gli attentati alle Torri gemelle, si espande con le “primavere arabe” nel 2011 e arriva al suo apice con la strage del 7 ottobre 2023.

Se queste sono le tre contraddizioni che principalmente determinano il caos globale in cui stiamo vivendo, su queste bisogna agire “realisticamente”. Per fare i conti con la tendenza alla radicalizzazione ideologica del conflitto politico-sociale nelle società di civilizzazione europea, a mio avviso la prima scelta da fare è cercare di assorbire e non emarginare le varie diffuse, culture politiche. Olanda, Finlandia Svezia, Paesi baltici (ma anche l’Austria) e l’Italia contano su un clima politico ben più solido di Francia e Germania perché hanno lavorato per integrare nel sistema, il conservatorismo radicale, resistendo alla tentazione di governare consociativamente e tecnocraticamente come peraltro più o meno apertamente tende a chiedere l’Unione europea. E in questo senso in Ungheria e Polonia, dove forse è stato necessario, per sconfiggere certo conservatorismo radicale particolarmente antieuropeo, costituire blocchi politici anomali, ma alla fine si è sostanzialmente liquidata la sinistra con effetti sistemici rischiosi nel medio periodo. Mentre le positive tendenze politiche in corso in Grecia, derivano anche da come si è gestita serenamente la transizione da un governo della sinistra radicale a uno conservatore-popolare, difendendo alternanza e sovranità popolare, senza lacerazioni della società. Governare la piena responsabilizzazione delle grandi potenze asiatiche nella scena mondiale, è, poi, un altro nodo da sciogliere sul quale Washington e Pechino hanno dato una prima risposta cercando di gestire le questioni aperte con il dialogo e la trattativa, senza polarizzazioni incontrollate. Però il fatto che la Cina eserciti (con un socio di minoranza al traino come la Russia) la leadership degli Stati autoritari richiede un coordinamento delle democrazie che sarà efficace solo grazie a un rapporto organico con l’India. Infine fare i conti con il fondamentalismo islamico significa innanzi tutto per l’Occidente promuovere la costruzione di un sistema di sicurezza della Penisola arabica che contrasti il cuore dell’eversione fondamentalista, contenendo anche le manovrette di una Turchia che per farsi spazio punta sulla divisione innanzi tutto tra musulmani ed ebrei. È evidente come in questo contesto l’Unione europea abbia chance per esercitare un grande ruolo. Ma solo se, invece di rincorrere proposte astratte, assumerà iniziative concrete come il Piano Mattei (fondamentale per isolare il fondamentalismo islamico africano), il corridoio economico India-Medio oriente-Mediterraneo, e, infine, un progetto di sicurezza e pace per la Penisola arabica che unisca “tutti” gli Stati dell’area. Solo un ruolo globale può unire un’Europa, la cui crescente integrazione - è bene ricordarlosi è certamente avviata grazie a coraggiosi intellettuali e politici che dopo il 1945 credettero in questo obiettivo, ma è decollata solo grazie a concreti fatti politici legati al quadro internazionale come il Piano Marshall e il Patto atlantico.