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Trump vuole vendetta: ha finito la pazienza con l'Iran

Secondo il Wall Street Journal, Donald si è convinto: Teheran capisce solo la forza militare
di Costanza Cavallisabato 25 luglio 2026
Trump vuole vendetta: ha finito la pazienza con l'Iran

4' di lettura

A Kangavar, Iran occidentale, la guerra si misura in asfalto. A marzo i satelliti di Planet Labs mostravano gli imbocchi sventrati di una base missilistica scavata nella montagna; poche settimane dopo Airbus fotografava asfalto fresco verso ingressi appena riaperti. Un ponte centrato da tre bombe è tornato in funzione in pochi giorni. A Dezful gli escavatori lavorano ai tunnel della base seppellita due volte. Sul Mar Caspio riapre il cantiere dei pasdaran di Bandar Anzali, colpito a marzo per tagliare i rifornimenti russi.

Oltre ventimila attacchi al culmine della campagna aerea americano-israeliana avviata a febbraio, e i militari israeliani in privato fanno i conti: le bombe hanno sepolto gli ingressi delle basi missilistiche interrate nelle montagne, non le basi. I missili là sotto sono intatti, e l’Iran li sta riportando alla luce. Le fabbriche della fibra di carbonio, indispensabile ai missili più moderni, ripartiranno tra anni, ha calcolato l’ex analista della Cia Jim Lamson, ma i componenti già stipati nei depositi sotterranei basterebbero ad assemblarne decine, forse centinaia. E l’intelligence israeliana sospetta che migliaia di centrifughe per arricchire l’uranio siano già state trasferite nei tunnel di Pickaxe Mountain, la fortezza nucleare scavata così in fondo che nessuna bomba la raggiunge. La Casa Bianca ha rivendicato una «vittoria schiacciante» sotto ogni profilo oggettivo, incluso l’indebolimento delle milizie alleate; il presidente americano Donald Trump ha decretato sui social che la marina e l’aviazione iraniane non esistevano più; il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la distruzione della macchina missilistica.

LE RAPPRESAGLIE

I missili però continuano a cadere su Kuwait e Bahrein (che secondo il Wall Street Journal a inizio luglio per la prima volta hanno compiuto attacchi diretti e segreti contro obiettivi all’interno dell’Iran, come rappresaglia per i raid subiti) e sulla Giordania, dove nel fine settimana un attacco iraniano ha ucciso tre soldati americani. Ieri è stata colpita Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, che ospita le truppe della coalizione a guida statunitense e il complesso consolare Usa. E per la tredicesima notte gli americani hanno bombardato la costa, nel tentativo di scardinare la presa iraniana su Hormuz. La resistenza ha un costo, ed è la seconda leva di Washington: prosciugare la cassa del regime. I dati doganali cinesi – il solo termometro rimasto da quando Teheran ha smesso di pubblicare i propri – dicono che l’interscambio non petrolifero con Pechino è crollato del 75%: 830 milioni di dollari tra marzo e giugno contro i 3,3 miliardi di un anno prima. Il greggio scaricato nei porti cinesi è passato da 1,74 milioni di barili al giorno in aprile a 550mila in luglio. Il blocco dello Stretto, inoltre, ha moltiplicato i costi di trasporto: la spedizione di un container dalla Cina all’Iran costa ora 9.000 dollari, rispetto ai 3.500 dollari precedenti al conflitto. L’interscambio Cina-Golfo arretra del 29%, quello con l’Iran del 59%.

Al quinto mese di una guerra che doveva durare settimane, Trump ha smesso di credere alla diplomazia. Nello Studio Ovale, si legge ancora sul Wsj, ha coperto di insulti i vertici iraniani e un alto funzionario l’ha descritto in «modalità vendetta», oramai convinto che Teheran capisca soltanto l’uso della forza. Ha provato tutto: dal cessate il fuoco di aprile al memorandum di giugno, firmato ignorando i repubblicani che pronosticavano il tradimento.

Oltre ai mercantili colpiti, altre bare di soldati americani sono tornate a casa. E mercoledì gli Huthi hanno centrato due petroliere saudite nel Mar Rosso. I segnali di ciò che si prepara sono lì da vedere. Decine di aerei cisterna americani atterrati in Israele, forze speciali nella regione, bombardieri in massima allerta in basi americane e britanniche. I comuni israeliani riaprono i rifugi, i riservisti sono avvisati, il nuovo direttore del Mossad Roman Gofman è già stato a Washington, a colloquio con il direttore della Cia John Ratcliffe, una delle voci più scettiche sul memorandum d’intesa con gli ayatollah. Giovedì Trump ha avvisato: «Sto valutando un attacco massiccio, più grande di quanto sia mai accaduto».

GLI SCENARI

Tre gli scenari. Il primo punta al portafoglio: l’isola di Kharg, da cui parte quasi tutto il greggio che Teheran riesce ancora a vendere. Pochi missili e il regime resta senza cassa, ma la rappresaglia investirebbe l’energia del Golfo e i dissalatori da cui gli alleati bevono: le paure che in primavera hanno convinto Trump a frenare.

Il secondo punta all’atomica: poiché Pickaxe Mountain non si può sfondare, l'idea non è distruggere l'uranio arricchito ma andarselo a prendere, un lavoro da incursori, non da bombardieri. Il terzo punta allo Stretto: spazzare via l'arsenale con cui i pasdaran lo tengono chiuso — batterie antinave, motovedette, mine, radar costieri, postazioni droni — sapendo che basterebbe un sopravvissuto con due droni a tenere proibitive le assicurazioni e lontane le navi.

Da qui la variante politica: dichiarare Hormuz aperto e scortare i mercantili, con un (improbabile) aiuto degli europei. Eppure qualcosa si muove: secondo Axios, Usa e Gran Bretagna vogliono riunire la settimana prossima a Londra ministri della Difesa e alti comandi occidentali e del Golfo per costruire la coalizione che scorterebbe
le navi al di là dello Stretto. Per prima cosa, ci sarebbe da bonificare il percorso da un’ottantina dimine iraniane. Ma se ne parla ormai da maggio.