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L'Italia fa una figura da Pirlo

Guardiola ringrazia ma dice "no" alla proposta di Malagò-Maldini-Leonardo: niente panchina degli azzurri. Il triumvirato sceglie il campione del mondo 2006: sarà Ct fino al 2030
di Daniele Dell'Orcosabato 25 luglio 2026
L'Italia fa una figura da Pirlo

3' di lettura

L’accordo verbale c’è già: Andrea Pirlo a sedersi sulla panchina della Nazionale italiana. Per l’ex centrocampista campione del mondo è pronto un contratto di quattro anni a 1,5 milioni a stagione più bonus. L’indizio definitivo che conferma l’imminenza della fumata bianca arriva direttamente dagli Emirati Arabi: Pirlo sta infatti già definendo la risoluzione consensuale con lo United FC di Dubai, il club a cui era legato da un accordo in scadenza nel giugno 2027. Un passaggio formale fondamentale che potrebbe concretizzarsi già nelle prossime ore per spalancargli le porte di Coverciano.

Chiusa definitivamente la porta al grande sogno che portava a Pep Guardiola, i dirigenti della Figc Paolo Maldini e Leonardo hanno rotto gli indugi, decidendo di puntare con decisione su un profilo ritenuto perfetto per condurre la complessa missione di ricostruzione del movimento azzurro attraverso un progetto a medio-lungo termine. Nelle ultime concitate ore, le opzioni che conducevano ad usati sicuri come Roberto Mancini o Antonio Conte non sono mai state realmente riaperte.

Prevale dunque con forza la linea tracciata dal direttore tecnico e dal suo advisor, che hanno preferito ignorare le invocate pressioni della Lega Serie A, fortissime sul nome di Conte, e le perplessità iniziali del presidente federale Giovanni Malagò, che avrebbe guardato con maggiore favore a un ritorno di Mancini.

L’accelerazione improvvisa verso il “piano P” è la conseguenza diretta di un grande sogno collettivo infranto nel silenzio di una notte estiva. Dopo giorni vissuti con il fiato sospeso, fatti di incontri riservati, contatti continui e una speranza febbrile che aveva contagiato l’intero ambiente, il gruppo dirigente azzurro ha dovuto incassare il “no” definitivo di Guardiola. La risposta del tecnico catalano è arrivata nella notte tra giovedì e venerdì, spegnendo di colpo un entusiasmo trascinante che non si respirava ormai da anni attorno alla squadra.

Con linguaggio istituzionale si dovrebbe parlare di una sottile, ma inevitabile, nota di amarezza nel constatare come la realtà si sia dimostrata ancora una volta ben diversa dai desideri. Guardiola si è detto «sinceramente stimolato e profondamente onorato» dalla proposta di guidare l’Italia, e per qualche giorno la tentazione di raccogliere una sfida tanto affascinante quanto complessa lo ha fatto vacillare. Tuttavia, Pep aveva già tracciato la strada per il proprio futuro: concedersi quel periodo di riposo e di affetti familiari rincorso da tempo. Guardando oltre le frasi di circostanza, caricare di aspettative una possibilità così remota ha finito per generare una brutta figura strategica. A nulla è servita la pressione congiunta di Malagò, Maldini e Leonardo, nemmeno di fronte alla promessa di affiancargli uno staff di primissimo ordine per alleggerirne il carico di lavoro quotidiano. Quella di Pep è stata una scelta di vita profonda e insindacabile, del tutto slegata da ragioni economiche.

Resta tuttavia un contrasto stridente tra l’appeal globale di Guardiola e il ritorno a una soluzione interna e meno dirompente. Se il panorama internazionale regala notizie di enorme profilo, come la nomina di Mark van Bommel sulla panchina del Belgio o l’approdo di Jürgen Klopp alla guida della Germania, l’Italia sembra condannata a ripartire da scelte di compromesso. Con l’imminente avvio della Nations League contro avversari probanti come Francia, Turchia e lo stesso Belgio, la sensazione sgradevole è quella di aver visto sfumare un’occasione irripetibile. Il nuovo corso targato Pirlo partirà ugualmente, ma la luce di una grandiosa illusione s’è spenta decisamente troppo presto.