Libero logo

Le "talpe" cinesi svelano le purghe del regime rosso

Le epurazioni di Xi hanno creato un mercato clandestino di informazioni riservate. Nel 2025 punite 983mila persone
di Costanza Cavallimartedì 11 agosto 2026
Le "talpe" cinesi svelano le purghe del regime rosso

3' di lettura

Nel 1193 un funzionario cinese scrisse all'imperatore Guangzong, della dinastia Song, per segnalare un fastidio: circolavano fogli clandestini che davano nomine, promozioni e rimozioni prima dell’annuncio ufficiale sulla gazzetta di corte. Uscivano dagli uffici che smistavano i dispacci e chi li vendeva guadagnava profitti incalcolabili. Divulgare era proibito e i fogli circolavano sotto un nome di copertura: xinwen, “cose appena sentite”. Oggi è il vocabolo che in cinese significa notizie. I Song li vietarono più volte ma non riuscirono a fermarli mai: la gazzetta ufficiale pubblicava solo ordinaria amministrazione e la censura fece il mercato. Ottocento anni dopo, nello stesso Paese, esiste ancora lo stesso commercio, ma in versione social.
Il Wall Street Journal l’ha ricostruito muovendo da un’inchiesta della Banyuetan, rivista dell’agenzia ufficiale Xinhua. «Un piccolo numero di funzionari fa trapelare informazioni violando le regole», si legge, e i dati passano di mano più volte formando «una catena clandestina e illegale». La materia prima abbonda: nel 2025 gli organi disciplinari del regime hanno aperto oltre un milione di indagini e punito 983mila persone, il record assoluto. Dal 2012, per violazioni che vanno dalla corruzione alla mancata applicazione delle direttive di partito, ne hanno colpite oltre sette milioni: tanti quanti sono, all'incirca, i quadri del Partito comunista cinese e dello Stato.

L’OPACITÀ DEL SISTEMA
La merce, ovvero le soffiate, vale perché il sistema è opaco. Con qualche settimana di vantaggio un funzionario sotto indagine può distruggere le prove, spostare i beni, talvolta sparire. E chi ha soldi in Borsa vende allo scoperto: nel 2022 il titolo della China Merchants Bank crollò dopo l’annuncio dell'inchiesta sull’ex presidente Tian Huiyu. Il trucco sta nel non scrivere niente di illegale. Il curriculum di un dirigente è un dato pubblico: pubblicarlo sui social non viola alcun segreto. Ma se un account lo tira fuori dal nulla, chi lo segue capisce che quel dirigente finirà sotto inchiesta. Funziona anche con una fotografia, un soprannome o l’emoji di una tazza da tè, perché in Cina “essere invitati a bere il tè” significa essere convocati per un interrogatorio. Il messaggio arriva e la fedina penale resta intatta. L’ingresso nei gruppi chiusi dove circolano le anticipazioni si paga: da poche decine a diverse centinaia di yuan, cioè da pochi euro a un centinaio. Il caso di Zhou Xianwang, ex vicegovernatore dell’Hubei, è esemplare. Il 6 luglio 2025 un account ne pubblicò foto e curriculum, due giorni dopo la Commissione disciplinare annunciò l’inchiesta. Zhou era stato sindaco di Wuhan e il 27 gennaio 2020 andò in diretta sulla televisione di Stato a spiegare perché la sua città avesse taciuto sul virus: un amministratore locale, disse, può divulgare le notizie «solo dopo averle ricevute e dopo essere stato autorizzato».

MISURE PIÙ SEVERE
Nell’ultimo anno il presidente cinese Xi Jinping ha alzato il tiro. A ottobre è caduto He Weidong, numero due delle forze armate. A gennaio è toccato a Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione militare centrale e vicesegretario della Commissione disciplinare: le purghe le conduceva lui. A luglio l’espulsione di Ma Xingrui, terzo membro del Politburo in carica a cadere dal 2025. Il XXI Congresso del partito è nel 2027: ogni epurazione libera un posto, e la corsa a occuparlo comincia prima che la caduta sia annunciata. Chi viene preso finisce nel liuzhi, «trattenimento in custodia»: non un carcere né un procedimento giudiziario, ma una detenzione decisa dalla Commissione disciplinare del partito, senza magistrato e senza processo. Isolamento, nessun avvocato — formalmente non serve, non essendoci un processo — e un luogo ignoto ai familiari. Può durare da sei a sedici mesi. Nel 2024 è stato usato in 38mila indagini, il 46% in più dell’anno prima. La risposta di Pechino è inasprire la censura: algoritmi più severi e pene esemplari. Ma quando WeChat, il WhatsApp cinese, chiude gli account, i gestori si spostano su Douyin, il TikTok cinese. Basterebbe una misura per rendere le soffiate invendibili: annunciare per tempo chi è sotto inchiesta. Ma un’inchiesta annunciata smette di funzionare: la campagna anticorruzione, nata nel 2012 per ripulire il partito, è diventata per Xi lo strumento per tenere sette milioni di funzionari nell’incertezza su chi cadrà.