C’è un video che, come milioni di persone, ho rivisto più volte. Il neuroscienziato di Stanford Karl Deisseroth, in t-shirt e jeans sdruciti, annuncia ai suoi cinque figli: «Ho vinto il Nobel», ma sembra un ragazzo che torna da scuola e dice: «Ho preso dieci». I figli saltano sul divano, gli buttano le braccia al collo, il maggiore gli dà il cinque come dopo un gol nel campionato parrocchiale.
In quel momento Karl non è uno scienziato: è un papà che dà un calcio al cerimoniale degli uomini in frac di Stoccolma e ringrazia la famiglia per essergli stata accanto. Poi c’è la casa. Non potendo identificarci nel Nobel, ci identifichiamo nella sua dimora piena di caos come tutte quelle di chi ha figli, grandi e piccoli: plaid stropicciati sulle poltrone, tazze lasciate a metà, scarpe in giro, set Lego invece del servizio di Baccarat, libri sparsi e la certezza che ci siano calzini nascosti pronti a sbucare fetidi, come armi chimiche.
Una casa normale che accoglie vite straordinarie come quella di un Nobel. Non capendo nulla di optogenetica, ecco la lezione che apprendiamo da Deisseroth: la casa ordinata non è una priorità. I miei figli ringraziano.




