Non è una fotografia, è una contrazione spazio-temporale, una sintesi millenaria, un’identità che si riconosce dall’alfa all’omega. Marco Rubio, Segretario di Stato americano, che rivendica il senso della civiltà occidentale ad Atene, sotto il Partenone. Dovremmo chiuderla qui, qualunque cosa riferiremo non potrà che essere per sottrazione rispetto alla potenza dell’immagine. Anche il discorso di Rubio non è un discorso: è una cavalcata, che parte dagli Ateniesi asserragliati sulla fortezza dell’Acropoli nel 480 a.C. contro l’avanzata dei Persiani e finisce nella battaglia sulle terre rare e sull’Intelligenza Artificiale, ma non meramente riepilogativa: Rubio non è un accademico, è un politico vero, che non vuole abdicare a quell’anomalia della storia umana apparsa per la prima volta in quella “polis”. «Sono qui per testimoniare un debito che nessun trascorrere del tempo, nessuna distanza nello spazio potrà mai estinguere». Perché «qui, ad Atene, troviamo la prima piena espressione di tutti i tratti essenziali che avrebbero definito l’Occidente».
I primi, che rimbombavano già nell’Odissea omerica, sono la «curiosità insaziabile per il mondo e per i principi che lo governano» e «la tensione a scrutare nelle profondità dell’ignoto». I Greci furono i primi a costruire quegli strani oggetti immateriali chiamati “idee”, dirà il filosofo Edmund Husserl nel ‘900, e lo poterono fare perché concepirono anzitutto la conoscenza come sfida. Unirono, ricorda Rubio, «l’ambizione di esplorare l’ignoto» alla «convinzione che possa essere conosciuto». Questa fu la vera e propria «base della mente occidentale», una base allo stesso tempo razionale e titanica. Una base intrisa di quello che i Greci chiamavano “thumos”, ovvero lo slancio vitale, il «fuoco del coraggio e dell’orgoglio» che sono «il cuore della grande civiltà». È il cuore che oltre Atlantico non ha smesso di battere, è l’eredità rivendicata da Rubio: «L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti divenne lo spirito della frontiera americana».
Da Ulisse al pioniere ai futuristi della rivoluzione digitale c’è una linea di continuità, che non passa dall’euroburocrate, ma nemmeno dal masochismo Woke dei campus statunitensi. «Noi occidentali siamo arrivati a vergognarci proprio delle cose che ci rendevano eccezionali. Ci siamo sentiti in imbarazzo perché i nostri successi ci distinguevano dal resto del mondo». È il senso di colpa come cifra delle élite progressiste, è l’«oicofobia» di cui parlava il grande pensatore conservatore Roger Scruton: l’odio di sé, la vergogna per la propria casa storica e culturale. Una casa, come ricorda Rubio, «nata d Atene, formata da Roma, battezzata nella cristianità». Il logos, il diritto romano, il Dio che si fa uomo.
Quando, esattamente, abbiamo scelto di rinunciare a noi stessi, e soprattutto perché? In ogni caso, è ora di smetterla: «Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e riaccendere il fuoco che è stato acceso qui migliaia di anni fa». È l’inversione del racconto mainstream: l’America non vuole un’Europa più debole (a meno di confondere quest’avventura millenaria con due uffici di Bruxelles), l’America vuole un’Europa più forte, «perché non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero». Al contrario, «la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue parti». Non è una scelta, è un’esigenza imposta da quel «punto di svolta della Storia» che è cronaca quotidiana: «La guerra non è scomparsa semplicemente perché preferivamo la pace.
Gli altri hanno continuato ad armarsi, a cercare influenza, a competere per territori, tecnologia, risorse, mercati, energia e potere. È tornata la competizione tra grandi potenze. Sono tornate la vulnerabilità, l’aggressione, il terrorismo, un intero universo di nuove minacce e nuovi attacchi». Possiamo fuggire la Storia che ritorna, o riscoprire il “thumos”, la passione di una civiltà che vuole rimanere vitale. E non morire di autocolpevolizzazione, inedia relativistica, immigrazionismo acritico, Sottomissione strisciante, saccheggio filocinese dei prodotti e saccheggio filoislamista delle anime. «Gli uomini che costruirono il Partenone costruivano verso l’alto», non verso il basso di ideologie mondane, troppo mondane. Detto dal rappresentante del Nuovo Mondo, che già respinse le belve totalitarie del nazismo e del comunismo, nel luogo dove per la prima volta comparvero la parola e la pratica di qualcosa come la demo/crazia. È una chiamata simbolica, forse l’ultima.




