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Il Nobel per la pace che piace ad Hamas

Sudafricana ed ex alta commissaria dell’Onu, la giurista Pillay premiata ieri è da sempre contro Israele
di Costanza Cavallisabato 10 ottobre 2026
Il Nobel per la pace che piace ad Hamas

4' di lettura

Ieri, quando il comitato norvegese le ha assegnato il premio Nobel per la pace, Navi Pillay era seduta nell’aula 600 del palazzo di giustizia di Norimberga. È la stanza dove nel 1945 gli Alleati processarono i gerarchi del Terzo Reich, ascoltarono l’accusa, soppesarono la difesa, fecero sfilare i testimoni e soltanto alla fine, a dibattimento esaurito, emisero le sentenze. Con Israele la giurista sudafricana ha fatto l’esatto contrario: ha emesso la condanna aggirando la noia del processo. Non stupisce, quindi, che ad applaudire la decisione di Oslo sia stata Hamas. Fra i complimenti arrivati alla medagliata, quelli di Bassem Naim, dirigente dell’organizzazione terroristica che il 7 ottobre 2023 ha massacrato milleduecento ebrei, compresi i bambini bruciati che Corrado Formigli ha avuto il privilegio di non vedere, sono senza dubbio i più sinceri. Naim ha parlato del riconoscimento come un «messaggio di speranza». E dal suo personalissimo punto di vista non ha torto.
E dire che fino al 2008 la biografia di Pillay il premio lo avrebbe meritato per davvero. Nata a Durban nel 1941 in una famiglia tamil, figlia di un autista di autobus, fu respinta dagli studi legali perché riservati ai bianchi.

Non si piegò: nel 1967 aprì uno studio suo per difendere gli oppositori dell’apartheid e i detenuti politici di Robben Island, l’isola-prigione da cui uscì Nelson Mandela. Fu proprio Madiba da presidente, nel 1995, a nominarla prima giudice nera dell’Alta corte, il tribunale che in Sudafrica giudica i reati più gravi. Poi arrivò la vertigine internazionale: il Tribunale dell’Onu per il Ruanda (che arrivò a presiedere), la Corte penale internazionale, l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, la commissione d’inchiesta su Israele e oggi la toga all’Aia, giudice ad hoc nel procedimento contro il Myanmar.

LA TRASFORMAZIONE
Il guaio, la trasformazione da paladina dei diritti a megafono del doppiopesismo terzomondista, comincia a Ginevra. È il 2009 e l’alto commissario Pillay organizza Durban II, la conferenza dell’Onu contro il razzismo figlia di quella del 2001 che si trasformò in un processo a Israele e passata inosservata perché si concluse tre giorni prima dell’11 settembre. L’Italia di Berlusconi diserta i lavori insieme agli Stati Uniti e ad altri sette Paesi occidentali: la bozza finale, spiegò l'allora ministro degli Esteri Franco Frattini, equiparava in modo inaccettabile Israele a un Paese razzista. L’unico capo di Stato a presentarsi in aula è l’iraniano Mahmoud Ahmadinejad, negazionista dell’Olocausto, che dal podio attacca duramente Israele spingendo le delegazioni europee a uscire. E Pillay? Si dichiara scioccata, ma dal boicottaggio americano. Liquida Ahmadinejad come un abituale autore di frasi odiose e chiude i lavori celebrando la «tolleranza».

Un anno dopo, Pechino intima ai governi di disertare la cerimonia per il Nobel a Liu Xiaobo, dissidente democratico morto poi in carcere nel 2017. Diciannove Stati, fra cui Russia e Iran, obbediscono. Agli assenti si aggiunge lei. La scusa che doveva celebrare a Ginevra la Giornata dei diritti umani. A Oslo, al posto di Liu, rimase una sedia vuota. Il capolavoro si compie però con la commissione d’inchiesta, che non è un tribunale ma una specie di pubblico ministero e raccoglie prove senza ascoltare la difesa, e l'uso politico delle categorie giuridiche. Nel settembre 2025, la commissione presieduta da Pillay sentenzia che Israele ha commesso un genocidio a Gaza sulla base di «fondati motivi», la formula del sospetto, che basta per accusare e non per condannare. Per condannare serve un processo, e quello su Gaza è in corso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, il tribunale dell’Onu che giudica gli Stati, dove la sentenza non arriverà prima del 2029. Eppure la giurista, due giorni dopo la pubblicazione del rapporto, confida all’agenzia France Presse di sperare di vedere un giorno i leader israeliani in carcere. Proprio lei che nel 1998, per il Ruanda, pronunciò la prima condanna internazionale per genocidio, accertando in un processo ciò che lo distingue da ogni altra strage, cioè l’intenzione di distruggere un gruppo umano in quanto tale. Lì la giudice riconobbe nello stupro uno strumento del genocidio. Nel giugno 2024, la sua commissione si è dichiarata incapace di verificare in modo indipendente gli stupri del 7 ottobre. Nel giugno 2024, però, la sua commissione si è detta incapace di verificare in modo indipendente gli stupri del 7 ottobre, che tre mesi prima l’inviata dell’Onu per la violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, aveva ritenuto avvenuti, con fondati motivi, in almeno tre luoghi del massacro. Per non farsi mancare nulla nel marzo 2025 la stessa commissione ha accusato Israele di «uso sistematico» della violenza sessuale.

TRA ORDINE E CAOS
Il comitato di Oslo, nel premiarla, ha lodato la sua «salda bussola morale», e il presidente Jørgen Watne Frydnes ha gongolato che sono i giudici a sorvegliare la linea fra l’ordine e il caos. Ma a mettere un confine al caos di Gaza non sono stati i giudici. Ci ha pensato la politica, e la tregua che oggi compie un anno, la sola che abbia riportato a casa tutti gli ostaggi vivi e placato le armi, è nata dal piano di Donald Trump insieme con i mediatori regionali, non dai giudici né dall’Onu. Il 28 ottobre 2025 Pillay disse all’Assemblea generale che il sistema multilaterale del dopoguerra aveva fallito. Intendeva altro, ma aveva ragione. Tanto che ieri, tradita da un lampo di onestà, le è pure scappato: «Se applaudite un po’ più forte, magari dividerò il premio con Trump».