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La Nobel non vede il genocidio fatto dalla Cina

Pillay nella bufera: alcune collaboratrici dicono che abbia fornito a Pechino i nomi di oppositori uiguri
di Maurizio Stefaninidomenica 11 ottobre 2026
La Nobel non vede il genocidio fatto dalla Cina

3' di lettura

Denunciatrice di un genocidio a Gaza ma silente o addirittura complice sul genocidio degli uguri in Cina, oltre che di altre violazioni dei diritti umani: è la denuncia di Un Wattch sull’ultimo Premio Nobel per la Pace assegnato a Navi Pillay. Sono evidenti le preoccupazioni di bilanciamento del Comitato di Oslo, dopo che ben sette degli ultimi nove premi erano stati dati a destinatari considerabili come filo-occidentali.

Un Watch ha però reso pubbliche le accuse dell’ex funzionaria delle Nazioni Unite Emma Reilly, secondo cui Navi Pillay avrebbe consegnato a Pechino le identità di oltre 50 dissidenti, ignorando i suoi avvertimenti sui rischi che correvano non solo quelle persone, ma anche i loro familiari. Ed ha dunque chiesto spiegazioni al comitato che assegna il premio. Secondo la Reilly, i familiari dei dissidenti i cui nomi sono stati rivelati al governo cinese hanno poi testimoniato in tribunale riguardo a intimidazioni, detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni e morti. Ma per queste denunce sarebbe stata poi cacciata. «Sono stata licenziata per aver parlato apertamente», ha dichiarato l’ex funzionaria, secondo quanto riportato nel comunicato. La Reilly ha definito la decisione di assegnare il premio a Pillay una «vergogna assoluta» e ha sostenuto che l’ex alta funzionaria era «letteralmente complice del genocidio degli uiguri». Ha anche affermato che tre vittime avrebbero denunciato Pillay se non avesse goduto dell’immunità diplomatica. Nella dichiarazione riprodotta da Un Watch, la Reilly ha raccontato di aver allertato per la prima volta le Nazioni Unite in merito alla consegna dei nomi alla Cina quando la Pillay era a capo dell'ufficio. Secondo la sua testimonianza, la risposta dell’allora Alto Commissario fu quella di chiedere un’altra sedia perché si sentiva scomoda. La whistleblower ha aggiunto che i dipendenti che avevano consegnato direttamente i nomi furono invece promossi. «Navi Pillay ha supervisionato la comunicazione dei nomi di oltre 50 dissidenti alla Cina», ha affermato la Reilly. «Il comitato del Nobel deve dare spiegazioni ai dissidenti i cui nomi sono stati consegnati alla Cina», dice il direttore esecutivo di Un Watch Hillel Neuer.

Un Watch ha poi ribadito che la Pillay non partecipò alla cerimonia del 2010 a Oslo in onore del dissidente cinese imprigionato Liu Xiaobo. Foreign Policy riportò all’epoca che la funzionaria aveva declinato l’invito, affermando di dover partecipare a un evento di livello inferiore a Ginevra; la stessa Pillay in seguito dichiarò di non aver mai ricevuto un invito alla cerimonia; ma Un Watch cita l’appello di una coalizione di 40 organizzazioni per i diritti umani alla Pillay perché sostenesse pubblicamente Liu. Dunque, osserva Neuer, «nel 2010 il Comitato per il Nobel ha premiato Liu Xiaobo per essersi opposto alla dittatura cinese. Pillay si è rifiutata di partecipare alla sua cerimonia. Ora il comitato le sta conferendo lo stesso premio».

C’È CHI PUÒ REPRIMERE E CHI NON PUÒ
Un Watch ha anche citato un proprio studio del 2011 sui primi due anni di Pillay come responsabile per i diritti umani delle Nazioni Unite, in cui non commentò gli abusi a Cuba, in Corea del Nord, in Eritrea, in Arabia Saudita, in Sudan, in Bielorussia, in Siria e in altri 27 Paesi classificati da Freedom House come «non liberi». Ha invece rilasciato 21 dichiarazioni su Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, di cui nove su Israele; l’unico Paese democratico della regione, secondo Un Watch. L’organizzazione ha anche messo in discussione la risposta di Pillay alla repressione delle proteste in Iran dopo le elezioni presidenziali del giugno 2009, quando non rilasciò alcuna dichiarazione pubblica specifica durante i primi tre mesi successivi alle accuse e alla diffusione di video che mostravano arresti, pestaggi e morti. Solo a settembre nel suo discorso di apertura al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite esortò infine il governo iraniano a «rilasciare coloro che sono stati arrestati per aver protestato pacificamente, a indagare sulle denunce di maltrattamenti e a garantire il rispetto dei diritti umani».