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Perché la ricca Arabia non sa fermare gli Huthi?

Gli yemeniti colpiscono ancora. Riad è l'8° Paese per spese in armi ma fatica a difendere il proprio enorme territorio
di Daniel Mosserimartedì 13 ottobre 2026
Perché la ricca Arabia non sa fermare gli Huthi?

4' di lettura

Se fosse uno dei tanti conflitti che infiammano il sud del mondo, l’Occidente non si darebbe troppa pena come non se la dà per le guerre civile in Sudan e in Sud Sudan, le tensioni crescenti fra Etiopia ed Eritrea, mentre la Somalia cerca di reprimere gli al-Shabaab. L’Europa appare invece sempre più interessata a impedire che il conflitto tra Arabia Saudita e gli Huthi, insorti yemeniti alleati dell’Iran, diventi incontrollabile. Lo ha spiegato ieri l’Alta rappresentante Ue per la Politica estera, Kaja Kallas. «Mantenere aperto il Mar Rosso è nell’interesse strategico dell’Europa». Una dichiarazione cinica e onesta: le vite dei sauditi o degli yemeniti non sono più importanti di quelle dei sudanesi; il traffico marittimo di idrocarburi dal Golfo al Mediterraneo sta invece molto a cuore ai 27. Dal Bab el-Mandel, porta meridionale del Mar Rosso passano migliaia di petroliere all’anno (4mila secondo i Lloyd’s) per una media di 9,3 milioni di barili di greggio al giorno (dato della statunitense Energy Information Administration relativo al 2013). La guerra degli Huthi rende invece pericolosa la navigazione in queste acque. Da cui la l’operazione Aspides, la missione di sicurezza marittima lanciata dall’Ue a febbraio 2024 con tanto di copertura Onu. «Per Aspides», ha aggiunto ieri Kallas, «ci servono almeno dieci navi, e non ci siamo ancora. Ma oggi abbiamo anche sentito da alcuni Stati membri che la discussione è in corso: spero che questo si traduca nelle navi di cui questa operazione ha bisogno».

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Per essere un «un fornitore di sicurezza credibile nella regione, dobbiamo avere una missione credibile. Ed è stata anche la richiesta rivolta ieri dal ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita». Davanti all’escalation degli Huthi, che negli ultimi giorni hanno colpito per due volte anche l’aeroporto di Riad, sono dunque gli stessi sauditi a chiedere una mano all’Ue. Donald Trump, d’altronde, ha le mani legate dalle elezioni di mid-term a inizio novembre e non vuole presentarsi davanti agli elettori con i marines nel Mar Rosso. Quello che colpisce però è come l’Arabia Saudita, che non bada certo a spese in Difesa, non riesca da sola a venire a capo dei sedicenti “partigiani di Allah”. Certo, gli Huthi sono una milizia da oltre 300 mila effettivi che controlla la capitale dello Yemen, San’a, e la costa del Paese sul Mar Rosse, e che dispone di una notevole forza missilistica a medio e lungo raggio (fino a 2.000 chilometri), di droni e di barchini.

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Gli Huthi sono in grado di fermare i traffici navali sotto costa come pure di colpire, bloccandolo, il King Fahd International Airport di Dammam, sulla costa saudita orientale a poca distanza dal Bahrein. Il regno guidato dal principe Mohammed bin Salman (Mbs) non è dal canto suo disarmato: secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, solo nel 2025 il Paese ha speso 83,2 miliardi di dollari per la difesa, l’ottavo su scala globale; e la spesa è aumentata dell’1,4% sul 2024. La lista degli acquisti comprende jet da combattimento, elicotteri e spese per l’addestramento dei piloti. A settembre, la Casa Bianca ha approvato la vendita di 48 caccia F-35 per 24,3 miliardi di dollari, subordinata all’approvazione del Congresso.

LE DIMENSIONI CONTANO
E poi c’è la difesa antimissile e antiaerea dai Patriot ai Thaad, i radar, e ancora carri armati e navi da guerra. Uno schieramento fortissimo sulla carta eppure suscettibile alle incursioni degli Huthi. A loro favore giocano sia l’addestramento e il sostegno finanziario ricevuto dagli iraniani sia il vantaggio di chi muove una guerra asimmetrica. A The Daily Star lo ha spiegato bene Andreas Krieg, esperto britannico di rischio geopolitico di MENA Analytica: «Anche un sistema stratificato che combina Patriot, Thaad, aerei da combattimento e altri sensori non può creare una cupola impermeabile sopra un paese delle dimensioni dell’Arabia Saudita». Nel dodicesimo Paese più grande al mondo lo stesso aeroporto della capitale ha un’area di 350 chilometri quadri, uno dei più grandi scali civili sulla terra. Poiché i sauditi devono difendere una serie infinita di strutture, dalle raffinerie alle città sante, restano esposti alle incursioni degli Huthi “liberi” di scegliere ogni volta un obiettivo diverso. Vi è poi la questione dell’effettiva capacità militare dell’Arabia Saudita in termini di addestramento del personale, strutture di comando, manutenzione e forniture di munizioni – e già i Patriot starebbero scarseggiando davanti alle continue “punzecchiature” degli Huthi con i droni alternate ad attacchi missilistici di più ampia portata. Attacchi che, continua Krieg, non erodono il potenziale bellico saudita ma infliggono costi economici e psicologici pesanti al progetto di MbS per una modernizzazione del Paese.