Juventus e Milan sembrano legate da un filo invisibile. La qualificazione in Champions buttata nelle battute finali dello scorso campionato, la ristrutturazione estiva tra le dirigenze, le difficoltà attuali nel trovare continuità. In campo balbettano. Fuori sbottano.
Entrambe faticano nell’ultimo quarto di campo. Fino a lì, tutto bene, poi si arrugginiscono e faticano a rifornire Goncalo Ramos e Kolo Muani, l’uno a secco da 450’, l’altro al primo gol su azione della stagione. Pretendono che i numeri 9 lavorino per la squadra ma la squadra non aiuta i numeri 9: un paradosso che denota dei malfunzionamenti. Il Milan è 18° in A per tocchi nel terzo offensivo. Non riesce ad arrivare in modo pulito dove conta di più. E la ricerca della profondità che si era vista con il Lecce prima della sosta è sparita contro il Sassuolo. Emerge a tratti (ad esempio nel gol al Sassuolo) la personalità di Modric e Rabiot, ma manca un certo grado di maturità (e anche di qualità, in alcuni ruoli) nella squadra per imporsi come vorrebbe Amorim.
La Juventus è più vicina al modello di Spalletti, riesce a comandare, ma nell’ultimo terzo offensivo è prevedibile. Spera troppo nelle iniziative individuali degli esterni, infatti sono i primi che Spalletti cambia se le cose non funzionano: a Cagliari, fuori Conceicao e McKennie, dentro Zhegrova e Alajbegovic che in effetti producono le migliori occasioni per Kolo Muani. Ma le avversarie sanno cosa aspettarsi e, bloccati gli esterni, hanno gioco facile. È sparita la mossa tattica creativa di Spalletti che sparigliava le partite, il McKennie “volante”, per dirne una. E ci vuole in una squadra che non spicca in personalità, quindi dipende molto (troppo) dalla luna dei singoli.
Entrambe stanno reagendo di impulso a questa altalena di risultati, seppur in modi diversi. Il triste siparietto con Pisacane al termine del pareggio di Cagliari è sembrato un pretesto per sfogare la frustrazione più che un reale diverbio di campo, se è vero che durante la partita i due non si sono mai beccati. La frustrazione di Spalletti (che ai microfoni poi dirà «mi sto giocando la fine della carriera») sembra causata dall’impotenza: vede che alla squadra manca sempre qualcosina, ovvero la personalità quando il gioco si fa duro.
CARATTERE E PERSONALITÀ
Della serie: qualcuno che prenda Yerry Mina e gliene dica quattro. Intanto Carnevali tiene la barra dritta, si mostra sereno e fiducioso nel tecnico e interviene solo quando necessario, come per controbilanciare l’impulsività del mister.
Tutto il contrario accade nel Milan. Amorim cerca di mostrarsi sereno in pubblico e usa i media come canale di comunicazione anche in termini riflessivi, analizzando le proprie scelte in una sorta di confessionale. Gli sfoghi li contiene al privato e pare che nella pancia del Mapei Stadium abbia alzato la voce. Cardinale, invece, ha voluto farsi notare nervoso dopo la gara, senza più l’impudente berretto “Make Milan Great Again” mentre sfilava davanti alle telecamere e facendo trapelare insoddisfazione verso la squadra.
Giovedì per entrambe c’è l’Europa League: il Milan in casa del Salisburgo per iniziare a macinare punti, la Juventus a Vigo per dare minuti alle seconde linee. L’obiettivo è il medesimo: rasserenare gli allenatori e trovare personalità nei giocatori. Ma anche il rischio è condiviso: sottovalutare l’Europa League perché si pensa al ritardo in campionato.




