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L'Ue ne fa una giusta: pasdaran terroristi

I Guardiani della rivoluzione sono 200mila e minacciano di colpire gli Stati Uniti. Washington avverte Teheran
di Andrea Morigivenerdì 30 gennaio 2026
L'Ue ne fa una giusta: pasdaran terroristi

3' di lettura

Se sono terroristi i Sepah-e-pasdaran, cioè i Guardiani della Rivoluzione, lo è anche la Repubblica islamica, la cui Costituzione stabilisce che il capo del loro Corpo di guardia sia nominato, così come gli altri vertici delle forze armate, direttamente dalla Guida Suprema.

Era questo il dilemma intorno al quale si muovevano le obiezioni all’interno del Consiglio dell’Unione Europea. Stati Uniti, Canada e Australia, avevano già superato l’ostacolo, inserendoli nella lista nera dei terroristi, insieme ad Al Qaeda, all’Isis e a centinaia di gruppi armati con i quali non è consentito intrattenere rapporti. Per accorgersene, a Bruxelles sono serviti 30mila, forse 40mila morti, massacrati anche dai pasdaran durante le manifestazioni delle settimane scorse.

Ma alla fine il consenso è stato trovato. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue accoglie con favore «l’accordo politico sulle nuove sanzioni contro il regime omicida iraniano e sulla designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica come organizzazione terroristica». Sono parole, per ora. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani avverte che non vi è nessun automatismo. Anzi, «poi dovranno essere fatte le pratiche burocratiche, per l’iscrizione dei pasdaran fra le organizzazioni terroristiche, come è stata approvata la lista degli iraniani sanzionati per la repressione nei confronti della popolazione civile».

A Teheran fa già male così. Il capo della loro diplomazia, Abbas Araghchi, accusa l’Europa di «un altro grave errore strategico, designando il nostro esercito nazionale». È un implicito riconoscimento del loro ruolo centrale nella difesa nazionale, a scapito dell’Artesh, la forza armata che ha il compito di difendere i confini e mantenere l’ordine pubblico. Bersagliare i pasdaran, significa colpire al cuore dello Stato, anzi «il principale motore del terrorismo e dell’instabilità», afferma l’ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled. Per questo il ministro degli Esteri di Gerusalemme, Gideon Sa’ar, parla di «decisione storica» e l’opposizione monarchica in esilio, con il presidente dell’Associazione Italia-Iran, Mariofilippo Brambilla di Carpiano, plaude al «passo coraggioso per la libertà del popolo iraniano» e lo giudica un progresso verso «il cambio di regime».

Quindi i pasdaran dovranno prepararsi a restrizioni severe, prima di tutte l’esclusione su tutti i circuiti di pagamento occidentali, nei confronti di un organismo che controlla circa un terzo dell’economia iraniana ed è presente nell’industria militare, nell’edilizia e le infrastrutture, nei progetti petroliferi, nei trasporti, fino alle attività educative e culturali. Per impadronirsi del monopolio statale delle telecomunicazioni, un’azienda legata ai Guardiani della Rivoluzione nel 2009 aveva sborsato l’equivalente di 8 miliardi di dollari.

È così che hanno trasformato l’Iran in una dittatura militare. Sono 200mila, al comando di Mohammad Pakpour, 64 anni, dopo l’eliminazione di Qasem Soleimani, in un attacco americano a Bagdad nel 2020 e di Hossein Salami, negli attacchi aerei israeliani della guerra dei dodici giorni, lo scorso giugno.

La loro aeronautica controlla i missili, i veicoli senza pilota e gli elicotteri d’assalto, le loro forze navali hanno a disposizione i droni marittimi e annunciano, per la settimana prossima, «esercitazioni con fuoco vivo» nello Stretto di Hormuz. Da lì passa il 20% del commercio di petrolio mondiale e il quotidiano Kayhan, vicino all'ufficio della Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, ha rilanciato l’ipotesi di chiuderlo, spiegando che la distruzione di una nave statunitense sarebbe un «diritto» di Teheran.

Farzin Nadimi del Washington Institute for Near East Policy, spiega al Wall Street Journal che «una parte significativa di questi missili può raggiungere il proprio obiettivo», cioè gli obiettivi statunitensi più vicini alle sue coste, circa due decine di basi militari terrestri dichiarate, dalla Turchia al Kuwait, e circa 40mila truppe. Senza contare i Paesi del Golfo, stretti alleati dell’America. I quali stanno mobilitando le loro diplomazie. Ieri il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha parlato al telefono con l'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, e il ministro degli esteri del Pakistan, Ishaq Dar. I tre- riferisce l'agenzia di stampa pubblica Tasnim - hanno rivolto un appello alla de-escalation nella regione e sottolineato l'importanza di rafforzare l'unità dei Paesi islamici e di proseguire il percorso diplomatico per ridurre le tensioni.

A Washington stanno ancora valutando. Alla riunione di gabinetto del presidente americano Donald Trump, il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha avvertito Teheran, che «ha tutte le opzioni per raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari, e saremo pronti a fornire tutto ciò che il presidente si aspetta.