Le mani di Vladimir Putin sul Mediterraneo. La prova l'ha fornita il satellite israeliano Eros B, che lo scorso 26 gennaio ha fotografato la base dell'aviazione militare russa a Latakia, in Siria. Un dispiegamento di mezzi impressionante: jet Sukhoi, batterie anti-missile, nuovi hangar. Il cuore di un'armata in grado di estendere il controllo militare ben oltre i confini dello Stato islamico, con il via libera concesso dal dittatore Bashar Assad in cambio, evidentemente, della garanzia di un mantenimento al potere o di una transizione tranquilla, magari con asilo politico in terra russa in caso di caduta. "È la prova che Mosca non è sbarcata in Siria per un'operazione temporanea in appoggio al presidente Assad - spiega Tal Inbar del Fisher Institute for Air & Space Strategic Studies -. Il tipo di equipaggiamento e di armamenti dimostra che sono lì per rimanere e questo cambia la situazione strategica nella regione". Le batterie missilistiche anti aereo S-400 coprono un raggio di 400 chilometri. Se Putin volesse, potrebbe colpire da Latakia un'ampia porzione del Mediterraneo, a cominciare dalla Turchia: "Potrebbe tracciare e ingaggiare da terra gli aerei Nato - avverte Inbar -. Anche noi israeliani dovremo tenerne conto". Considerazione, quest'ultima, assai poco rassicurante.



