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Altaroma, la femminilità opulenta di Rani Zakhem

di Giulio Bucchidomenica 1 febbraio 2015
2' di lettura

Le donne vogliono sognare e lo stilista libanese Rani Zakhem le accontenta, con una sfilata iper-femminile nel cuore di Roma. Pizzo a motivo floreale nei colori più vivaci che la natura possa offrire e un racconto appassionato attraverso l’infanzia del designer, cresciuto in Kenia, in Africa, continente aspro ma ricco di fascino. A Nairobi e a Mombasa, passando attraverso il Serengeti, dove trascorre i suoi momenti più felici, riceve le suggestioni che i bambini ricordano più a lungo: la luce e i colori, al di fuori dei filtri e dei pregiudizi che a volte inquinano l’età adulta. Il tema flower ricorre lungo tutta la collezione per la prossima primavera, con cascate di fiori delle bouganville nel pregiato chantilly color lampone. Il designer lo modella e lo ricama fino a creare fogge che ricordano rami fioriti, esili e lievi. Le applicazioni, che dalla scollatura raggiungono terra, si muovono leggere come mosse dal vento caldo dell’Africa, decorando le toilette per tutta la lunghezza. La palette di colori si ispira alle varietà dei fiori: dal viola al corallo fino al rosso e al vivace fucsia. Poi si arriva alla gran sera, con i vestiti in merletto dark blue a voler simulare i movimenti delle onde dell’oceano, mentre le voci della savana riecheggiano negli chiffon stampa animalier. Sete drappeggiate e tagli dalla mano liquida riflettono la poetica contemporanea del designer, ed ecco l’abito che nasce dal grande collare ricamato in paillettes di bronzo 3D simili a gioielli Masai. Un’altra uscita è la guaina a sirena ispirata alla tela di ragno, arricchita da un sublime ricamo di metallo di rame e bronzo, che rievoca le geometrie spezzate di Sonia Delaunay. Tra i capi più amati dal Zakhem, un completo in merletto color bronzo abbinato ad una stola di marabu e al mini abito a tutù con bustier metallico color cioccolato. Infine, l’abito da sposa, bianco come le nevi del Kilimangiaro ed elaborato come i decori di legno degli ebanisti kenioti. di Maria Elena Capitanio