No, il fatto che Giovanni Tria getti la spugna ora non è affatto fantascienza. Ieri, l'ultimo appello del titolare del Dicastero, in cui ha ricordato di aver "giurato per il nostro Paese". Parole durissime per ricordare che lui non vuole avallare uno sforamento del deficit, così come chiesto a gran voce da Luigi Di Maio in primis. Ora, la palla passa nuovamente a Tria: dovrà scegliere se piegarsi al diktat del M5s, che vogliono spingere il deficit 2019 fino al 2,4% del Pil, o presentare delle clamorose dimissioni. Per certo, Giuseppe Conte proverà a mediare, ma a questo punto non può essere escluso nessuno scenario. La Lega,da par suo, non è contraria al deficit al 2,4%, ma è più morbida nel trattare con il Def. Leggi anche: Macron se ne sbatte delle regole: paga solo l'Italia La tensione non è insomma mai stata così alta. E non solo per i recenti insulti di Rocco Casalino ai tecnici del Mef, vicenda che ovviamente ha turbato lo stesso Tria. Il punto è che il pressing sul ministro arriva in maniera diretta ed esplicita anche da Di Maio. E, ovviamente, senza un accordo le cose non possono andare avanti così. L'esito di questa battaglia, dunque, potrebbero essere quelle dimissioni che fino a pochi giorni fa nessuno si era spinto ad ipotizzare. Certo, molti osservatori si aspettavano aspre tensioni sulla manovra sin da prima dell'estate. In pochi, però, pensavano sarebbero deflagrate con simile violenza e così in fretta. Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev



