Ad Arquata ero arrivato due giorni dopo il terremoto del 24 agosto, trovando già organizzata la tendopoli blu sotto il paese sventrato dalle scosse, su il cucuzzolo. Il campo è stato organizzato dalla protezione civile in tempo record, ma le tende avevano un difetto non proprio banale: non erano impermeabili. Così dopo il caldo soffocante dei primi giorni, all'arrivo delle prime piogge si è scoperto che i terremotati rischiavano di finire allagati. Non c'è stato tempo per altra soluzione, e rapidamente le tende sono state impacchettate da grossi teli di nylon come fossero un'opera di Christo. Il paese è ancora lassù, diroccato. E al campo sfollati è stata aperta una scuola di risulta, sotto un tendone questa volta impermeabile, con tendine blu ad accogliere divisi per classi 70-80 ragazzini del campo. L'attenzione è stata tutta centrata su Amatrice, e qui nelle zone marchigiane ci si sente abbandonati. Anche se i volontari si danno un gran da fare: cercano di fare giocare i bimbi più piccoli, organizzano puntate allo stadio di Ascoli per vedere una partita, perfino un pellegrinaggio dal Papa che però impone il pranzo al sacco ai terremotati che in queste condizioni non sanno come prepararselo. Maria Luisa Fiori è una dei quasi 200 terremotati della tendopoli, l'ho conosciuta quel 26 agosto quando non si allontanava dalla casa, apparentemente intatta dall'esterno, ma impraticabile nel suo interno dove si sono sgretolate mura e venute giù scale. Fin dai primi giorni Maria Luisa si è data un gran da fare, capeggiando anche la filiale di una onlus marchigiana costituita solo da terremotati per raccogliere quel che davvero serve alla vita di tutti i giorni nella tendopoli: ferri ed assi da stiro, kit per cucire, strumenti per una vita normale. Maria Luisa ci racconta la mancanza di certezze che si vive nella tendopoli, e la contrarietà della gente ad essere deportata lontano da quei ruderi senza nessuna speranza di futuro... di Franco Bechis



