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Pensioni, il nuovo ricorso: ecco cosa accade con le rivalutazioni

martedì 8 luglio 2025
Pensioni, il nuovo ricorso: ecco cosa accade con le rivalutazioni

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Nemmeno il tempo di incassare il colpo del referendum che la Cgil cerca subito un altro fronte di scontro con il governo. E questa volta prova ad andare sul sicuro: scaglia i pensionati contro il sistema di rivalutazione degli assegni. Facciamo subito una premessa: il ricalcolo del rateo da quest'anno è tornato a scaglioni, mentre in precedenza era per fasce. Ma a quanto pare la mossa del governo non basta a placare gli animi del sindacato rosso che ha preparato un ricorso alla Consulta proprio sulla perequazione annuale, ovvero il classico adeguamento al costo della vita, che riguarda gli accrediti dei trattamenti previdenziali. A differenziare il nuovo ricorso presentato a Trento da quelli precedenti è un punto preciso: se in passato la Corte Costituzionale si è dovuta esprimere sulle istanze di privati cittadini e di singoli pensionati, questa volta il reclamo è totalmente prodotto e organizzato dal sindacato guidato da Maurizio Landini. Di fatto il tribunale, su istanza della Cgil e del sindacato dei pensionati Spi, chiede alla Consulta con un’ordinanza del 30 giugno di valutare la legittimità del meccanismo di rivalutazione delle pensioni introdotto dalle leggi di bilancio 2023 e 2024 dal governo Meloni. E già basterebbe questo per inquadrare "politicamente" la mossa della Cgil. Un ricorso che verte solo su due annualità, proprio quelle in cui sono entrate sul campo le scelte dell'esecutivo di centrodestra.

Ma tant'è. Nel mirino c'è il sistema di ricalcolo degli assegni che superano 4 volte il minimo Inps con un’aliquota fissa, ridotta, all’intero importo. "Si svuota il principio della proporzionalità contributiva – tuona il sindacato – disincentivando di fatto il lavoro stabile e continuativo. Chi ha lavorato di più, ha versato più contributi e ha avuto responsabilità maggiori, si ritrova con una pensione che vale quasi o anche meno di quella percepita da chi ha avuto percorsi più brevi e meno onerosi”. I precedenti però parlano di sonore sconfitte da parte dei ricorrenti. Come vi avevamo raccontato già su Libero, a settembre scorso due presidi di scuola pubblica hanno ottenuto due ordinanze della Corte dei Conti (Toscana e Campania) che rimettevano alla Consulta il responso sulla rivalutazione deciso per il 2023-2024. Risultato? La Corte ha respinto i ricorsi e con due distinti pronunciamenti dello scorso febbraio ha dato ragione all'esecutivo. E la motivazione, come già accaduto per altri ricorsi rispediti al mittente è sempre la stessa: il metodo del ricalcolo basato sulla rivalutazione "salvaguarda integralmente le pensioni più basse" e dà l'opportunità al legislatore di perseguire finalità economiche legittime, soprattutto in un contesto di inflazione piuttosto ballerina. Ma nel nuovo ricorso firmato dalla Cgil i toni sono politicizzati e sembra quasi di sentire il sapore di una campagna non tanto a tutela dei pensionati ma indirizzata a mettere nel mirino l'esecutivo. Si parla infatti di "rottura del patto contributivo" e anche di "ingiustizia sociale". La Cgil attacca a testa bassa il governo Meloni scordando quelli precedenti che, per chi l'avesse dimenticato, hanno costruito griglie di perequazioni ben più penalizzanti rispetto a quelle messe sul campo dall'attuale governo. E così il sindacato di Landini parla di tagli di 10 miliardi per tre anni. La Cgil si è infilata in un piccolo cavillo lasciato scoperto da una delle recenti pronunce della Consulta in cui si apre alla possibilità da parte del legislatore di valutare in futuro le "perdite subite" dai pensionati. Ma la Cgil non ricorda mai nel ricorso il fatto che l'esecutivo Meloni ha già ripristinato il sistema a scaglioni: chi percepisce una pensione fino a quattro volte il minimo Inps avrà un aumento pari al 100% della rivalutazione fissata allo 0,8 per cento, chi ha una pensione tra quattro e cinque volte il minimo, l’aumento sarà del 90% ossia 0,72%. Per chi ha una pensione superiore a cinque volte il minimo, la rivalutazione sarà del 75% dello 0,8%, quindi 0,60%. Se un pensionato percepisce una pensione di 1.500 euro al mese, con la rivalutazione dello 0,8%, l’aumento sarà di circa 12 euro al mese. Per una pensione di 3.000 euro, l’aumento sarà di circa 21,60 euro mensili. Se invece la pensione è di 5.000 euro, l’incremento sarà di 30 euro al mese. Ora toccherà alla Consulta pronunciarsi un'altra volta e mettere la parola fine a questi ricorsi che di fatto non portano mai a un ristoro per i pensionati. Maurizio Landini forse cerca un'altra batosta dopo quella delle urne?

Intanto Celeste Collovati e Massimo Leonardi, legali dello studio Dirittissimo in prima linea per i diritti dei pensionati ci spiegano tutto su questo nuovo ricorso: "La decisione del giudice del lavoro di Trento si fonda su una possibile violazione degli articoli 3, 36 e 38 della Costituzione, che sanciscono rispettivamente il principio di eguaglianza, il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente, e l’obbligo dello Stato di garantire ai cittadini mezzi adeguati in caso di vecchiaia. Secondo alcuni giuristi, noi compresi, il blocco parziale della rivalutazione automatica delle pensioni previsto per il triennio 2023-2025 potrebbe configurare una violazione degli articoli 3, 36 e 38 della Costituzione italiana. Tali disposizioni sanciscono rispettivamente il principio di eguaglianza tra i cittadini, il diritto a una retribuzione — e dunque anche a un trattamento pensionistico — proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza dignitosa, e l’obbligo dello Stato di assicurare mezzi adeguati in caso di vecchiaia. Le stime indicano che la riduzione della perequazione ha già comportato una perdita di circa 10 miliardi di euro per i pensionati italiani nei soli anni 2023-2025, con una proiezione che potrebbe arrivare a 54 miliardi nell’arco del prossimo decennio. Un impatto economico che, senza dubbio, rischia di compromettere gravemente il potere d’acquisto di milioni di pensionati, minando le basi del sistema previdenziale e i principi costituzionali di equità e solidarietà sociale".