Dalle aree boschive del Milanese e del Varesotto alle campagne lombarde, fino al quartiere milanese di Rogoredo, le operazioni delle forze dell’ordine riportano al centro dell’attenzione il problema dello spaccio di droga da parte di cittadini extracomunitari. Un fenomeno che richiede controlli costanti, indagini sulle reti criminali e una strategia efficace per restituire ai cittadini spazi pubblici sicuri.
Lo spaccio di droga nei boschi, nelle campagne e nelle periferie lombarde rappresenta una questione di sicurezza che non può essere sottovalutata. Da anni, in diverse aree del territorio, cittadini e residenti segnalano situazioni di degrado, presenze sospette e attività di vendita di sostanze stupefacenti che si svolgono lontano dagli occhi dei passanti, ma spesso a poca distanza da strade, abitazioni e luoghi frequentati quotidianamente.
Il fenomeno è tornato più volte al centro del dibattito pubblico anche attraverso le immagini e le testimonianze trasmesse dalla televisione. Il 15 gennaio 2025, la trasmissione Fuori dal Coro ha dedicato un servizio al problema dei boschi utilizzati per lo spaccio, raccontando una realtà che interessa diverse zone del territorio lombardo.
Non si tratta soltanto di contrastare la vendita di droga. Il problema riguarda anche il controllo del territorio, la sicurezza di chi frequenta le aree verdi, il degrado degli spazi pubblici e la capacità delle istituzioni di impedire che boschi e campagne diventino luoghi nei quali le organizzazioni criminali di extracomunitari riescono a operare con continuità
La risposta deve essere ferma e costante. Le forze dell’ordine devono poter lavorare nelle migliori condizioni possibili, mentre le amministrazioni locali sono chiamate a collaborare per individuare le situazioni più critiche e restituire ai cittadini la possibilità di vivere e frequentare il proprio territorio senza paura.
Le operazioni condotte dalle forze dell’ordine dimostrano che dietro lo spaccio nelle aree boschive possono nascondersi organizzazioni più articolate, capaci di movimentare quantitativi significativi di stupefacenti e di utilizzare diversi luoghi come punti di appoggio.
Un esempio arriva dal Varesotto. Il 7 giugno 2025, un’operazione della Polizia di Stato ha portato al sequestro di 25 chilogrammi di droga: 21 chilogrammi di cocaina e quattro di hashish. Nell’ambito dell’indagine è stato arrestato un uomo di 22 anni di nazionalità marocchina. Gli investigatori hanno inoltre individuato, in un appartamento utilizzato come base nel Lodigiano, circa 100.000 euro in contanti nascosti all’interno di un divano.
L’attività investigativa era partita dal monitoraggio delle aree boschive interessate dallo spaccio in provincia di Varese e aveva permesso di approfondire i contatti tra i soggetti coinvolti e i canali di approvvigionamento della droga.
Un episodio che evidenzia quanto sia importante non fermarsi alla singola cessione di sostanze stupefacenti. Per contrastare efficacemente il fenomeno bisogna individuare le persone che organizzano le attività, ricostruire i collegamenti tra i diversi soggetti e colpire i canali attraverso i quali arrivano la droga e il denaro.
L’attività di prevenzione e repressione deve quindi interessare non soltanto i luoghi in cui avviene materialmente lo spaccio, ma anche gli eventuali depositi, gli appartamenti utilizzati come basi logistiche e le reti economiche che sostengono il traffico.
Un’altra area che richiede attenzione è quella del Parco delle Groane, dove il contrasto allo spaccio rappresenta da tempo una questione rilevante per diversi Comuni.
L’11 aprile 2025, la Prefettura di Monza e della Brianza ha riferito di un confronto dedicato alla sicurezza nell’area del parco, con il coinvolgimento di undici amministrazioni comunali. Tra gli aspetti affrontati figuravano lo spaccio nei boschi, il controllo del territorio e le misure utili a migliorare la sicurezza.
Gli interventi delle forze dell’ordine avevano contribuito a ridurre il fenomeno rispetto alla situazione precedente a una significativa operazione contro un’organizzazione criminale. Tuttavia, le attività di spaccio non erano scomparse del tutto: in alcune circostanze si erano spostate più lontano dai centri abitati, sfruttando la rete stradale e le aree meno frequentate.
È proprio questo uno degli aspetti che rendono difficile il contrasto al fenomeno. Quando un’area viene sottoposta a controlli più intensi, i responsabili possono cercare nuovi luoghi nei quali operare, rendendo necessario un coordinamento costante tra le diverse forze di polizia e le amministrazioni interessate.
Per questo sono importanti i controlli mirati, la collaborazione tra polizia locale e forze dell’ordine, una buona illuminazione delle aree più vulnerabili e l’installazione di sistemi di videosorveglianza dove siano utili e compatibili con le norme vigenti.
La sicurezza non può essere affidata a interventi isolati o a operazioni occasionali. Occorre una strategia continuativa, capace di adattarsi agli spostamenti delle attività criminali e di evitare che i problemi vengano semplicemente trasferiti da un Comune all’altro.
Il caso di Rogoredo, a Milano, è uno degli esempi più noti delle difficoltà legate al contrasto dello spaccio nelle aree verdi e nelle zone periferiche.
Nel corso degli anni, il cosiddetto «bosco della droga» è diventato il simbolo di una situazione che ha richiesto ripetuti interventi delle forze dell’ordine. L’area, insieme alle zone circostanti, ha rappresentato un punto critico per la presenza di attività di spaccio e per le conseguenze che queste possono avere sulla sicurezza e sul decoro urbano.
Nel novembre 2023, un intervento delle forze dell’ordine aveva portato a controlli su centinaia di persone e a cinque arresti nell’ambito delle attività contro lo spaccio.
Il 18 dicembre 2025, un servizio straordinario interforze nella zona di Rogoredo aveva coinvolto 142 operatori. Nel corso dell’attività erano state controllate 1.085 persone e si erano registrati quattro arresti. I controlli avevano interessato l’area boschiva, la stazione ferroviaria, la metropolitana e le zone circostanti.
Un ulteriore intervento, il 18 giugno 2026, aveva visto l’impiego di 312 operatori. In quella circostanza erano state controllate 1.446 persone e 196 veicoli, con nove arresti e cinque persone denunciate. L’attività aveva inoltre portato a sequestri di droga e denaro e alla rimozione di circa sei tonnellate di rifiuti e macerie.
Questi numeri mostrano la portata dell’impegno richiesto per affrontare una situazione complessa, nella quale il contrasto allo spaccio si intreccia con la necessità di ripristinare condizioni di sicurezza e decoro.
Le operazioni straordinarie sono importanti, ma devono essere accompagnate da un presidio costante del territorio. Il rischio, altrimenti, è che le attività criminali si spostino temporaneamente in altre zone, per poi ripresentarsi quando diminuisce la pressione dei controlli.
L’obiettivo deve essere quello di garantire continuità agli interventi, individuare i responsabili e impedire che aree pubbliche frequentate da cittadini, famiglie e lavoratori diventino nuovamente luoghi controllati dagli spacciatori.
Nel dibattito sullo spaccio è necessario affrontare anche il tema dell’immigrazione irregolare.
Quando una persona straniera priva di un regolare titolo di soggiorno viene identificata o condannata per reati legati allo spaccio, le autorità devono applicare le norme previste dall’ordinamento, nel rispetto delle procedure e delle garanzie di legge. Nei casi in cui ne ricorrano i presupposti, devono essere valutate anche le misure previste in materia di espulsione e rimpatri.
Non è accettabile che chi commette reati possa continuare a operare indisturbato.
Il contrasto allo spaccio deve basarsi su indagini efficaci, identificazione dei responsabili, raccolta delle prove e applicazione delle conseguenze previste dalla legge.
È doveroso riconoscere il lavoro degli operatori della sicurezza che ogni giorno intervengono in contesti difficili, spesso caratterizzati da aree isolate, spazi degradati e situazioni che richiedono attenzione e coordinamento.
Per affrontare il fenomeno è necessario un impegno condiviso tra Governo, Ministero dell’Interno, prefetture, forze dell’ordine e amministrazioni locali.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e le strutture territoriali del Ministero hanno un ruolo centrale nel coordinamento delle strategie di sicurezza, nel rafforzamento della collaborazione tra le forze di polizia e nella definizione delle priorità di intervento. Al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, a tutti i prefetti e alle forze di polizia va riconosciuto che, in questi anni, le operazioni di rimpatrio di cittadini extracomunitari, quando non sussistono o vengono meno le condizioni legali per soggiornare sul territorio dello Stato ospitante, sono state continue.
Le operazioni condotte in Lombardia dimostrano quanto sia importante poter contare su attività investigative, controlli straordinari e interventi coordinati. Il lavoro delle forze dell’ordine non si limita agli arresti: comprende anche la raccolta di informazioni, il monitoraggio delle aree critiche, l’individuazione dei collegamenti tra i soggetti coinvolti e la ricostruzione delle reti che rendono possibile lo spaccio.
A questo impegno deve corrispondere la collaborazione concreta dei Comuni. Le amministrazioni locali conoscono le criticità dei rispettivi territori e possono contribuire a individuare le aree più vulnerabili, migliorare il decoro urbano e favorire lo scambio di informazioni con le autorità competenti.
La sicurezza richiede continuità, risorse adeguate e una strategia che non si esaurisca dopo una singola operazione. È importante intervenire con determinazione, ma anche verificare nel tempo i risultati ottenuti, affinché le attività criminali non si limitino a spostarsi da un’area ad un’altra.
Il contrasto allo spaccio non può fermarsi ai boschi, alle campagne e alle strade. È necessario prestare attenzione anche agli appartamenti e agli immobili che potrebbero essere utilizzati come basi logistiche per le attività criminali, depositi di stupefacenti o luoghi di appoggio per le persone extracomunitarie irregolari coinvolte nelle reti dello spaccio.
In questo ambito, anche le amministrazioni comunali, attraverso la polizia locale e in collaborazione con la Polizia di Stato e le altre forze dell’ordine, possono svolgere un ruolo importante nell’individuare situazioni sospette e verificare, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, eventuali violazioni delle norme sugli affitti, sulla registrazione dei contratti e sugli obblighi di comunicazione delle persone ospitate.
Occorre prestare particolare attenzione alle situazioni in cui gli immobili vengono concessi in locazione senza i necessari adempimenti o in cui emergano elementi concreti che facciano sospettare un utilizzo degli appartamenti per attività illecite. Il problema riguarda anche quei proprietari che, pur di ottenere un guadagno, affittano immobili a cittadini extracomunitari non regolari sul territorio italiano senza rispettare gli obblighi previsti dalla legge o scelgono di ignorare circostanze sospette che potrebbero richiedere verifiche da parte delle autorità.
La questione assume particolare rilevanza quando un appartamento viene affittato a persone che, successivamente, risultano coinvolte nello spaccio di droga nei boschi, nei campi o in altre aree del territorio. Questo vale sia nel caso di cittadini stranieri irregolari sia quando si tratta di cittadini extracomunitari regolarmente soggiornanti in Italia. Il possesso di un regolare permesso di soggiorno, infatti, non esclude che una persona possa commettere reati, così come la nazionalità o la condizione amministrativa dell’inquilino non dimostrano, da sole, la responsabilità del proprietario.
È quindi necessario che gli accertamenti non si fermino all’individuazione degli spacciatori nei luoghi in cui vendono la droga, ma consentano, quando esistono elementi concreti, di ricostruire anche la rete di appoggi e le eventuali responsabilità di chi mette a disposizione immobili utilizzati per attività criminali.
Un conto è affittare legittimamente un appartamento a una persona che in seguito commette un reato senza che il proprietario ne sia a conoscenza; un altro è essere consapevoli dell’utilizzo illecito dell’immobile e contribuire volontariamente a rendere possibile o più agevole l’attività criminale. In quest’ultimo caso, qualora ne ricorrano i presupposti, le responsabilità devono essere accertate e perseguite secondo la legge.
Non si tratta di attribuire colpe sulla base della nazionalità degli inquilini o di presumere che un proprietario sia complice perché ha affittato un appartamento a una persona poi coinvolta in un reato. Si tratta, invece, di verificare i fatti, rispettare le procedure e intervenire quando emergono elementi che giustificano approfondimenti investigativi.
Per questo è opportuno rafforzare la collaborazione tra Comuni, polizie locali, Polizia di Stato, Carabinieri e autorità competenti, affinché i controlli possano riguardare anche gli eventuali punti di appoggio delle reti criminali. Le verifiche sui contratti di locazione, sugli obblighi previsti per chi concede un immobile e sulle situazioni effettivamente sospette possono contribuire a far emergere irregolarità e, quando ne ricorrano le condizioni, responsabilità penalmente rilevanti.
Il principio deve essere chiaro: nessuno dovrebbe poter trasformare un appartamento in una base per lo spaccio contando sull’assenza di controlli. Chi affitta un immobile deve rispettare gli obblighi di legge e chi contribuisce consapevolmente ad agevolare attività criminali deve risponderne secondo le norme applicabili.
Lo spaccio nei boschi, nelle campagne e nelle periferie lombarde è una sfida che richiede determinazione, coordinamento e continuità. Le operazioni condotte dalle forze dell’ordine dimostrano che intervenire è possibile, ma evidenziano anche quanto sia importante non abbassare la guardia.
La risposta deve coinvolgere tutte le istituzioni: il Governo e il Ministero dell’Interno per il coordinamento delle politiche di sicurezza, le prefetture per il raccordo territoriale, le forze dell’ordine per le attività di prevenzione e repressione, i Comuni per la cura e il controllo degli spazi pubblici.
È altrettanto importante seguire i collegamenti tra le attività di spaccio e gli eventuali luoghi utilizzati come appoggio, verificando le situazioni sospette e perseguendo le responsabilità quando siano sostenute da elementi concreti. Il contrasto alla criminalità deve raggiungere chi organizza e gestisce lo spaccio, senza trascurare le strutture che eventualmente ne sostengono l’attività.
I cittadini hanno diritto a vivere in territori sicuri, a frequentare i parchi e i boschi senza paura e a non vedere le proprie strade trasformate in luoghi di degrado. Garantire questo diritto significa agire con fermezza, ma anche con professionalità, rispetto della legge e attenzione ai risultati.
La sicurezza non può essere affrontata soltanto quando un caso diventa una notizia o quando un’operazione riporta temporaneamente l’attenzione su una determinata zona. Deve essere una priorità costante, sostenuta da controlli efficaci, indagini approfondite e collaborazione istituzionale.
Solo così sarà possibile contrastare in maniera concreta lo spaccio, indebolire le reti criminali e restituire ai cittadini la fiducia nelle istituzioni e la piena fruibilità degli spazi pubblici.



