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Sallusti e Palamara, Bonafede e Conte hanno ordinato di fermare l'ex magistrato

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Il presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi e la Guardasigilli Marta Cartabia sono a conoscenza dell'iniziativa dell'Avvocatura dello Stato di chiedere un risarcimento da un milione di euro per «danno d'immagine» a Luca Palamara? Sarebbe interessante saperlo. La decisione di costituirsi come parte civile nel processo a Perugia nei confronti dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati venne presa quando a Palazzo Chigi c'era Giuseppe Conte e a via Arenula Alfonso Bonafede. Una decisione, va detto, obbligata quando l'imputato è un dipendente pubblico e, a maggior ragione, come nel caso di Palamara, un magistrato peraltro accusato di corruzione. Nessuno, tuttavia, obbligava il governo ad arrivare a chiedere un milione di euro. L'aspetto sorprendente di questa vicenda è che la numero uno dell'Avvocatura dello Stato di Perugia, l'avvocata Francesca Morici, coadiuvata dall'avvocata Maria Assunta Mercati, ha tirato fuori dal cilindro, per supportare la maxi richiesta, il libro "Il Sistema" scritto da Palamara con il direttore di Libero Alessandro Sallusti. In pratica, in un processo per corruzione, il danno d'immagine non sarebbe stato causato dalle condotte penalmente rilevanti eventualmente poste in essere da Palamara, quindi aver incassato favori e prebende varie dal faccendiere Fabrizio Centofanti, ma dall'avere raccontato cosa è successo nei tribunali italiani negli ultimi anni: dalle nomine pilotate, ai processi aggiustati, ai fascicoli scomodi lasciati prescrivere.

 

 

 



CAIAZZA: «ASSURDO» - «È una cosa talmente assurda che dubito sia vera: ho un po' di riserve, dovrei leggere l'atto, perché mi sembra una cosa fuori da ogni logica», ha commentato il presidente delle Camere Penali Gian Domenico Caiazza. «L'idea che l'Avvocatura, quindi che lo Stato chieda a Palamara un risarcimento non per ciò che ha fatto insieme a tutta la magistratura associata per dieci anni, ma per ciò che ha raccontato di aver fatto è una cosa incredibile», ha aggiunto Caiazza. Per il capo dei penalisti, «l'Avvocatura può lamentarsi solo se Palamara ha scritto delle falsità», ma il racconto «è quasi tutto fondato su whatsapp che sono stati acquisiti in un processo penale». «Il danno d'immagine- ha quindi concluso Caiazza - lo avrà portato la magistratura nell'aver agito in quel modo, non certo Palamara nel raccontarlo». A tal proposito va ricordato che la ministra Cartabia, alla quale la Costituzione assegna la facoltà di esercitare l'azione disciplinare nei confronti dei magistrati, non risulta abbia ancora esercitato i suoi poteri: nessuna toga citata nel libro da Palamara è stata nemmeno lontanamente destinataria di una avviso di apertura di un procedimento. E nessuna Procura, sempre da quanto risulta, sta indagando su quanto raccontato nel libro.

 

 

 

 

 



UN MILIONE DI EURO - In compenso, però, l'Avvocatura dello Stato ha chiesto un milione di euro di danni a Palamara. Dietro questa richiesta è difficile non vedere una manovra per mettere pressione e costringere al silenzio l'ex presidente dell'Anm. L'Avvocatura dello Stato, in altre parole, verrebbe usata come "testa d'ariete" da parte di chi non vuole che Palamara continui a raccontare le nefandezze del sistema giudiziario italiano. Dopo averlo "affamato" sospendendolo dalle funzioni e dalla stipendio, arriva ora la mazzata finale. «Solo un regime cerca di fermare la presentazione di un libro: i magistrati puliti che sono la maggior parte in Italia non si facciano intimidire dal sistema correntizio e facciano sentire la propria voce libera», ha dichiarato l'attore Edoardo Sylos Labini, fondatore del movimento CulturaIdentità. Oggi, comunque, a Perugia è attesa la "deposizione spontanea" di Palamara prima del rinvio a giudizio. Non si escludono rivelazioni eclatanti. C'è solo da augurarsi che non venga interrotto dal procuratore Raffaele Cantone e dal giudice Piercarlo Frabotta.

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