Saranno i magistrati a decidere quando si farà il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. E questo a causa di un ricorso presentato da quindici «cittadini», che hanno chiesto al Tar del Lazio di sospendere l’iter che dovrebbe portare gli italiani alle urne il 22 e 23 marzo. Tra costoro, si è appreso, ci sono sei magistrati in pensione. È l’ultimo assalto togato alla riforma dell’ordinamento giudiziario, l’ennesimo tentativo di occupare gli spazi della politica.
Il motivo è il solito: il No è indietro nei sondaggi, se si votasse oggi vincerebbero i Sì e chi contesta la riforma vuole tempo per provare a ribaltare la situazione. L’obiettivo è spostare l’appuntamento almeno al 12 aprile, la prima domenica dopo Pasqua. Perciò quel comitato di quindici persone, guidato dall’avvocato Carlo Guglielmi, ha avviato la raccolta di firme per chiedere il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia.
La consultazione popolare è già in agenda, l’hanno chiesta e ottenuta deputati e senatori di maggioranza e di opposizione, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione (per il quale occorre che ne facciano domanda «un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali»). Ma i ricorrenti chiedono che governo e Quirinale si fermino e non sia fissata alcuna data prima del 30 gennaio, giorno in cui scade il termine per la loro raccolta, che intanto marcia verso le quattrocentomila firme.
Non sono «elettrici ed elettori» qualunque, anche se si presentano come tali. I nomi sono tenuti coperti, ma tra loro ci sono sei toghe in pensione, tre avvocati (incluso Guglielmi) e alcuni accademici.
«Prestanome dell’Anm», li chiamano quelli dei comitati per il Sì. Anche se il presidente del sindacato dei magistrati, Cesare Parodi, assicura che lui e i suoi colleghi sono «osservatori interessati, ma assolutamente estranei».
Oggetto delle loro pressioni, assieme al governo, è il capo dello Stato. Ieri hanno presentato ricorso al Tribunale amministrativo del Lazio, previa sospensiva, contro la delibera con cui il consiglio dei ministri del 12 gennaio ha proposto le date del 22 e 23 marzo. Sostengono che è un atto «lesivo e illegittimo», che «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto» dei cittadini di raccogliere le firme.
Ancora prima di fare questo, però, sono intervenuti sul Quirinale. «Abbiamo scritto al presidente Mattarella, gli abbiamo inviato una lettera in cui lo informiamo delle nostre ragioni e abbiamo allegato il testo del ricorso al Tar che, subito dopo, abbiamo depositato», ha raccontato Guglielmi. Spetta a Sergio Mattarella, infatti, firmare il Dpr (decreto del presidente della repubblica) che fissa le date del voto, su proposta del governo. Uno strattone che non ha avuto conseguenze: ieri sera Mattarella ha firmato.
Come era previsto: nella sua interlocuzione con il governo, il capo dello Stato aveva fatto sapere che avrebbe accettato qualunque data compresa nel periodo fissato dalla legge. Questa impone di emanare il decreto che indice il referendum entro sessanta giorni da quando la Cassazione ha accettato la richiesta, in questo caso entro il 17 gennaio. E l’apertura dei seggi deve essere fissata «in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto». Dunque non più tardi di domenica 22 marzo.
Tutto questo, però, al netto dei ricorsi. Come quello con cui adesso il comitato che raccoglie le firme pretende di far partire il conteggio da quando gli ermellini avranno certificato il mezzo milione di adesioni. A quel punto rivendicherà lo status di soggetto «configurabile come potere dello Stato, con accesso in Corte Costituzionale», come ha spiegato sul Fatto il giurista Massimo Villone. È possibile una cosa simile per chi chiede un voto già previsto? Una questione che non è mai stata affrontata e su cui Mattarella non si è espresso, lasciando all’esecutivo ogni responsabilità.
L’unica certezza è che i primi a pronunciarsi saranno i magistrati del Tar del Lazio. Si riuniranno in camera di consiglio il 27 gennaio e già dalla loro decisione sulla richiesta di sospensiva si capirà molto. Il comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi (quello di Gian Domenico Caiazza, Antonio Di Pietro e altri) ha annunciato subito che si opporrà alla pretesa di cambiare data.
È solo la prima tappa di una battaglia legale cui parteciperanno anche i giudici della Cassazione, quando avranno davanti le firme raccolte per chiedere il referendum e il testo del quesito proposto dai promotori, diverso da quello previsto nelle richieste dei parlamentari. E che potrebbe approdare davanti alla Consulta, qualora il Tar sollevasse una questione di legittimità costituzionale in via incidentale. Oppure se, come hanno promesso di fare, quei «cittadini», diventati «potere dello Stato», si rivolgeranno ai giudici delle leggi per vedere riconosciuto il loro «diritto» a far ritardare la chiamata alle urne.




