Dottor Palamara, il ministro Nordio in un’intervista ha detto che «il sorteggio del Csm romperà questo meccanismo “para-mafioso”, questo verminaio correntizio. Perché se non ti iscrivi all’Anm non fai carriera».
Che ne pensa? È un po’ la realtà che lei ha descritto nel libro denuncia Il Sistema. Corretto?
«Il linguaggio del ministro è indubbiamente molto forte e risente di un’escalation di toni che negli ultimi mesi ha coinvolto entrambi gli schieramenti. Se una riforma viene descritta come un favore alla mafia o come un tentativo di controllo politico sulla magistratura, è inevitabile che il livello dello scontro salga. Depurando le parole dagli eccessi retorici, credo però che il ministro abbia voluto fotografare un disagio reale. Il punto non è l’iscrizione formale all’Anm, che resta un’associazione legittima e rappresentativa. Il nodo è il peso che, nel tempo, hanno assunto le correnti nell’orientare le scelte del Csm. Nel libro Il Sistema ho raccontato dall’interno un meccanismo in cui le nomine direttive e semidirettive venivano discusse secondo logiche di appartenenza, equilibrio tra gruppi e compensazioni reciproche. Non era un sistema criminale, ma certamente un sistema di potere. E quando il potere si organizza in modo stabile e autoreferenziale, rischia di soffocare il merito. Il sorteggio, se ben congegnato e accompagnato da criteri oggettivi di valutazione, può rappresentare uno strumento per spezzare l’oligopolio correntizio. Non è la soluzione di tutti i mali, ma è un segnale chiaro: restituire centralità alla professionalità e ridurre il peso delle appartenenze».
"Sistema paramafioso": Carlo Nordio fa impazzire la sinistra
Nuova polemica sul referendum sulla giustizia, scatenata dal ministro Carlo Nordio che attacca il procuratore di Napoli ...Secondo lei la separazione delle carriere e in generale questa riforma potrà aiutare la magistratura ad essere più efficiente e a riprendersi quell’autorevolezza che sembra aver perso?
«La separazione delle carriere è prima di tutto una scelta di chiarezza istituzionale. Oggi giudici e pubblici ministeri condividono percorso professionale e organo di autogoverno. Questo genera una contiguità che può essere percepita come una vicinanza strutturale tra chi accusa e chi giudica. Separare le carriere significa rafforzare la terzietà del giudice e rendere più trasparente il ruolo del pubblico ministero come parte processuale. Non si tratta di indebolire l’indipendenza, ma di renderla più leggibile agli occhi dei cittadini. L’autorevolezza non si proclama: si conquista con regole chiare, responsabilità definite e un sistema che non appaia chiuso in se stesso. Se a questo si aggiungono criteri meritocratici rigorosi nelle nomine e una governance meno condizionata dalle correnti, allora la riforma può davvero rappresentare un punto di svolta per recuperare credibilità ed efficienza».
Elly Schlein ha detto che «quando torneremo al governo noi vorremo essere controllati, perché è così che funziona in democrazia». Ma chi controlla una magistratura così politicizzata?
«Quelle parole richiamano un principio condivisibile: in democrazia tutti devono essere controllabili. Però la memoria istituzionale impone qualche riflessione. Quando magistrati come Clementina Forleo o Luigi De Magistris svolsero indagini sulla sinistra, subirono reazioni interne molto forti, anche da parte del Csm.
Evidentemente non tutti ritenevano che quel controllo fosse opportuno. Ben venga dunque l’affermazione che il potere politico, senza distinzione di colore, debba essere sottoposto al controllo di legalità. Ma lo stesso principio vale per la magistratura. L’indipendenza è un valore costituzionale, non un’esenzione da responsabilità. Il controllo non può essere politico, altrimenti si metterebbe in discussione la separazione dei poteri; deve essere istituzionale, serio, credibile e trasparente. Oggi il sistema disciplinare è interno e questo alimenta la percezione di autoreferenzialità. Se l’organo di autogoverno è permeato da logiche correntizie, anche il controllo rischia di apparire opaco. Per questo occorre rafforzare gli strumenti disciplinari e valutarne una configurazione più autonoma dalle dinamiche associative. L’indipendenza non è irresponsabilità: è autonomia accompagnata da regole chiare e verificabili».
Dal decreto migranti a quello sicurezza. Si moltiplicano i magistrati che lavorano per smontare le leggi del governo. Le sembra una cosa normale?
«È fisiologico che i giudici esercitino il controllo di legittimità e, se necessario, sollevino questioni di costituzionalità. Fa parte del sistema dei pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione. Diventa problematico quando l’intervento giudiziario appare sistematicamente collocato dentro un conflitto politico. Il giudice deve parlare attraverso le sentenze, non attraverso prese di posizione pubbliche o interpretazioni che sembrano sostituirsi al legislatore. La magistratura perde autorevolezza quando entra nel terreno dello scontro ideologico. Il rispetto delle leggi e della Costituzione è doveroso; la sostituzione al Parlamento no. Il confine è sottile, ma proprio per questo va difeso con equilibrio e senso delle istituzioni».
Il clima attorno al referendum si fa sempre più rovente. Pochi giorni fa il Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, ha detto che “al referendum voteranno “sì” gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere. Qual è il suo giudizio su queste frasi? Ed è giusto che un procuratore della Repubblica si schieri così apertamente su un referendum?
«Le parole del procuratore, successivamente ridimensionate, rivelano un clima di forte tensione. Conciliare il duplice ruolo di procuratore della Repubblica di un ufficio giudiziario importante come quello di Napoli e di frontman del no, non è assolutamente facile. Tuttavia, quando si parla di referendum e di scelte ordina mentali, non si può trasformare il confronto in una contrapposizione etica tra chi sarebbe dalla parte della legalità e chi, votando in modo diverso, verrebbe accostato a interessi criminali. In una democrazia costituzionale il voto è espressione della sovranità popolare. In via generale un magistrato, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, deve valutare con attenzione l’impatto delle proprie dichiarazioni sull’immagine di imparzialità dell’ufficio che rappresenta. Il dibattito può essere anche acceso, ma non dovrebbe mai scivolare nella delegittimazione morale dell’avversario».
Lei si è apertamente schierato per il “sì” al referendum. Oltre alle ragioni che abbiamo analizzato fin qui, ce ne sono altre che l’hanno convinta ad appoggiare la riforma del governo?
«Mi sono schierato per il “sì” pagando un prezzo personale in termini di denigrazione e attacchi alla mia figura. La mia “colpa”, se così si può dire, è stata quella di aver squarciato un velo di ipocrisia sulla mancata nomina di Marcello Viola alla Procura di Roma e, più in generale, sul funzionamento interno del sistema. Ho parlato quando ero dentro la magistratura perché ritenevo- e ritengo tuttora- che il sistema avesse mostrato limiti strutturali che non possono essere ignorati. Dopo il 2019 si è parlato molto di cambiamento, ma l’architettura del potere interno è rimasta sostanzialmente la stessa. La mia non è una battaglia contro i magistrati, la maggioranza dei quali lavorano con dedizione e sacrificio. È una battaglia per una magistratura più libera dalle correnti, più trasparente nelle nomine, più terza nel giudicare e quindi più credibile agli occhi dei cittadini. La fiducia è il capitale più prezioso della giustizia. Senza fiducia, anche l’indipendenza rischia di diventare un principio astratto. Il referendum è un’occasione per restituire quella fiducia, anche partendo dalla mia vicenda personale e trasformandola in un momento di riflessione collettiva anche a partire dalla mia vicenda il cui tentativo di strumentalizzazione si sta sciogliendo come neve al sole».




