Libero logo

Palamara, qualcuno crede ancora al sistema Giustizia?

di Luca Palamaravenerdì 13 marzo 2026
Palamara, qualcuno crede ancora al sistema Giustizia?

4' di lettura

La relazione presentata al congresso di Magistratura Democratica che in queste ore si sta svolgendo a Roma offre uno spaccato molto chiaro di come una parte della magistratura continui a leggere il dibattito sulle riforme della giustizia: ogni tentativo di intervenire sull’ordinamento giudiziario verrebbe interpretato come un attacco all’indipendenza dei magistrati, mentre l’attuale maggioranza di governo sarebbe guidata da pulsioni populiste e da un uso strumentale del diritto penale.

È una narrazione che si ripete da anni. Il problema è che oggi appare sempre meno convincente, soprattutto perché evita accuratamente di confrontarsi con ciò che negli ultimi anni ha realmente incrinato la fiducia dei cittadini nella magistratura: il sistema delle correnti e il loro peso nella gestione del potere interno. Nella relazione si parla molto di “populismo penale”, di rischio di derive autoritarie, di clima politico ostile alla magistratura. Si arriva perfino a evocare la necessità di una sorta di “resistenza costituzionale”. Ma su ciò che nel 2019 ha scosso dalle fondamenta il sistema giudiziario cala una sorprendente reticenza.

Eppure è proprio da lì che dovrebbe partire qualsiasi riflessione seria sulla giustizia. In quei mesi l’opinione pubblica non ha scoperto solo la notte dello Champagne ma ciò che molti magistrati e operatori del diritto conoscevano da tempo: un sistema nel quale le correnti avevano assunto un ruolo determinante nella gestione delle nomine e negli equilibri del Consiglio Superiore della Magistratura.

Un sistema nel quale le appartenenze associative finivano per incidere su decisioni che avrebbero dovuto essere guidate esclusivamente dal merito.
Di questo, nella relazione, si parla poco e male. Si accenna genericamente a una crisi di fiducia, ma non si affronta davvero il nodo centrale: le correnti non sono state superate. Dopo il 2019 sono cambiati i protagonisti, ma non necessariamente le logiche.

È questa rimozione che rende poco convincente la narrazione secondo cui le riforme della giustizia rappresenterebbero una minaccia per l’indipendenza della magistratura. Perché prima di evocare scenari di pericolo sarebbe forse necessario interrogarsi sulle ragioni che hanno portato tanti cittadini a guardare con crescente diffidenza al funzionamento della giustizia. La relazione insiste molto sul concetto di “populismo penale”, sostenendo che la politica utilizzerebbe il diritto penale per inseguire il consenso. È una tesi che può avere una sua dignità teorica, ma che appare incompleta se non si considera un fenomeno altrettanto evidente: negli ultimi decenni il diritto penale è stato spesso anche uno strumento attraverso cui il potere giudiziario che doverosamente deve esercitare il controllo di legalità nei confronti di chiunque ha tuttavia ampliato la propria influenza nel dibattito pubblico.

Luca Palamara smaschera le toghe rosse: "Favorevoli alla riforma, ma votano No contro Meloni"

«Se introduci il sorteggio non c’è più il vincolo di appartenenza, non sei più obbligat...

Infatti in più di una stagione della vita italiana sono state alcune procure a occupare spazi che una politica sottomessa non riusciva più a governare. Ignorare questa dinamica significa offrire una lettura parziale del rapporto tra i poteri dello Stato. Meglio allora alimentare un clima di allarme permanente che finisce per saldarsi con le letture più apocalittiche che circolano nel dibattito pubblico. In una recente puntata di Otto e Mezzo trasmissione nota per la sua imparzialità, il giornalista Massimo Giannini ha sostenuto che la riforma della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni avrebbe un obiettivo evidente: costruire un meccanismo attraverso cui la politica finirebbe per controllare la magistratura. È una tesi suggestiva nei talk show, ma che difficilmente resiste a un’analisi più concreta dell’assetto istituzionale.

La verità è che il sistema attuale non è mai stato realmente neutrale rispetto ai rapporti di potere interni alla magistratura. Negli ultimi decenni il problema non è stato il controllo della politica sulla magistratura, ma piuttosto l’emergere di un sistema nel quale le correnti hanno esercitato un’influenza determinante sulle dinamiche di governo autonomo, a partire proprio dalle nomine del Consiglio Superiore della Magistratura.

Sostenere oggi che qualsiasi intervento riformatore equivalga automaticamente a un tentativo di “controllo politico” significa ignorare ciò che negli ultimi anni è emerso con chiarezza: il nodo della giustizia italiana non è soltanto il rapporto tra politica e magistratura, ma anche – e soprattutto – il modo in cui la magistratura ha gestito il proprio potere interno. Il punto più problematico della relazione resta però un altro. In una democrazia costituzionale, l’indipendenza della magistratura è un principio essenziale e non negoziabile. Ma proprio per questo non può trasformarsi in una zona sottratta al confronto democratico. Il Parlamento ha piena legittimità nel discutere e modificare l’assetto dell’ordinamento giudiziario, soprattutto quando negli anni sono emerse criticità evidenti. Il rischio, altrimenti, è che la difesa dell’autonomia si trasformi semplicemente nella difesa dello status quo.

Referendum giustizia, l'Anm dice "no" solo per tenere 9mila toghe in suo potere

Caro Direttore, anche alla luce delle precisazioni fatte dal presidente Mattarella, che non sono state una sponsorizzazi...

Evocare nei congressi associativi la necessità di una “resistenza costituzionale” può avere una forte efficacia retorica. Ma non aiuta ad affrontare il problema vero. Il nodo della giustizia italiana non è soltanto nel rapporto tra politica e magistratura. È anche nel modo in cui il potere giudiziario ha organizzato se stesso negli ultimi decenni. E finché questo nodo continuerà a non essere rimosso, ogni discussione sulle riforme rischierà di restare prigioniera di una contrapposizione ideologica. Forse è proprio per questo che oggi le riforme non possono più essere rinviate. Perché dopo tutto quello che è emerso negli ultimi anni, difendere l’esistente non significa difendere l’indipendenza della magistratura. Significa semplicemente difendere un sistema di potere che molti cittadini non sono più disposti ad accettare.

Referendum giustizia, Antonio Di Pietro: "Ostacolare la riforma è un crimine etico"

Tra Nicola Gratteri, secondo cui a votare Sì sono “imputati e massoni”, e Carlo Nordio, che ha parlat...