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Antonio Di Pietro sotterra la sinistra: "Non lecco le chiappe a nessuno, ma..."

di B.B.domenica 15 marzo 2026
Antonio Di Pietro sotterra la sinistra: "Non lecco le chiappe a nessuno, ma..."

3' di lettura

Pane al pane, vino al vino, perché «a 75 anni suonati e da cittadino che si appresta a lasciare questo mondo, non ho bisogno di leccare le chiappe a nessuno, ma sento il dovere morale verso me stesso di ripercorrere mentalmente la mia esperienza con il senno del poi».

Ad Antonio Di Pietro, l’uomo venuto da Montenero di Bisaccia, figlio di contadini diventato avvocato e pm più noto d’Italia, simbolo dell’inchiesta di Mani pulite, fondatore dell’Italia dei Valori, ministro, esperto di trattori e molte altre cose ancora, non ha mai fatto difetto la schiettezza, quel modo di parlare ruspante che conquista la gente. La prova è stata giovedì al teatro Franco Parenti di Milano, ospite della kermesse di Fratelli d’Italia per il Sì: pur collegato, con il faccione che sbucava dai maxi schermi sulla sala piena, Di Pietro ha spiegato perché bisogna essere favorevoli a questa riforma e lo ha detto citando Falcone e Borsellino e demolendo il processo sulla Trattativa Stato-mafia.

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Ha spiegato che non c’è motivo per il quale i magistrati dicano no a una riforma che «mi assicura non solo l’autonomia e l’indipendenza dal potere politico, ma mi libera al mio interno perché taglierà il cordone ombelicale con le correnti che oggi decidono cosa posso fare in futuro». Ha sentenziato: «Io mi attengo al testo e non al contesto perché i governi passano ma il testo costituzionale resta».

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Se non fosse chiaro, Di Pietro ha messo tutto nero su bianco in un libro appena uscito per Piemme: “La giustizia vista da vicino”, che scorre facile perché non c’è solo il Tonino-pensiero sul referendum, ma c’è soprattutto il racconto frutto dell’esperienza di chi per quarant’anni ha «calpestato i corridoi dei tribunali». L’autore non rinnega nulla dei suoi anni in toga, lo sappia chi lo ricordava super manettaro e oggi lo ritrova quasi garantista e fustigatore di quella parte della magistratura che si ostina a credersi impunita pure se sbaglia. Peraltro, l’ex ministro prodiano da inquisitore è diventato lui stesso inquisito per ben 27 volte. «Nella mia vita sono stato intercettato, indagato, imputato, assolto, mi manca solo di essere stato condannato». Insomma, non si può dire che l’uomo non conosca la materia su cui la politica si scanna. E la conosce così bene da poter replicare ai «professoroni» che lo accusano di «sputare nel piatto nel quale ha mangiato». Capitolo dopo capitolo, Di Pietro argomenta perché è giusto separare le carriere tra giudici e pm («si doveva fare già nell’89») in modo che la partita si giochi «senza imbrogli», altrimenti «la democrazia va a farsi benedire». 

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Illustra gli articoli della Costituzione “toccati” dalla riforma e parla anche di politica, dei «traditori» incontrati nel suo percorso. Dedica alcune pagine a Silvio Berlusconi, che nel ’94 gli offrì pure di fare il ministro ma lui rifiutò. Nel 2008 da Bruno Vespa, Berlusconi affermò che Di Pietro non aveva mai preso la laurea ed era dei Servizi segreti. Lui querelò e il Cav gli dovette pagare 100mila euro, somma ammette Di Pietro, che il leader di Fi gli fece pervenire «con nonchalance praticamente il giorno dopo la sentenza». Che c’azzecca con il referendum? Anche Silvio voleva la separazione delle carriere e Di Pietro non è vittima della sindrome di Stoccolma, non è passato al centrodestra, però sulla riforma della giustizia è per il Sì e riconosce che alcuni provvedimenti sono sacrosanti, come l’abolizione del reato di abuso d’ufficio e il decreto sicurezza. «Vivaddio», scrive l’ex pm, «se davvero vogliamo vivere in uno Stato di diritto dobbiamo accettare che non si possono fare indagini a strascico» e la giustizia va cambiata.

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