Si prova amarezza nel constatare come un’area politica della nazione che ha avuto, nelle sue articolazioni, un ruolo rilevante nella nostra storia, stia perdendo l’anima e tante delle sue radici.
C’era un tempo in cui l’attenzione per i popoli che si sollevavano era, a sinistra, un atto dovuto. Giuseppe Di Vittorio rinunciò persino alla segreteria della Cgil per la sua istintiva solidarietà con gli ungheresi che si ribellavano all’intervento sovietico nel 1956. Massimo D’Alema da presidente del Consiglio nel 1999 magari avvisò in ritardo il Parlamento della partecipazione italiana ai bombardamenti di Belgrado (decisi magari un po’ forzando il cosiddetto diritto internazionale con la forse impropria copertura della Nato): ma nella sua scelta c’era una concreta solidarietà al popolo kosovaro massacrato da Slobodan Milosevic. Che oggi la solidarietà dalemiana paia quasi indirizzarsi più verso i massacratori scatenati dal regime degli ayotallah invece che ai giovani, le ragazze, i cittadini sterminati in Iran perché invocavano la libertà, obiettivamente fa impressione.
CATTIVI MAESTRI
Così come fa impressione che in un corteo per l’8 marzo si allontanino le iraniane che vogliono spiegare alle manifestanti che cosa è successo solo qualche settimana fa nel loro Paese. Solo una ventina di anni fa a sinistra le calciatrici della nazionale iraniana che si sono rifiutate di cantare l’inno nazionale per protestare contro i massacratori dei loro coetanei, sarebbero diventate nuove eroine. Ora sembra quasi che a loro si preferiscano i boia con turbante che impongono il velo alle donne quando non le sgozzano o impiccano.
Il prossimo 25 aprile quell’associazione sempre più settaria che è diventata l’Anpi ha annunciato che non consentirà ai partecipanti ai cortei di portare bandiere israeliane. Quasi un “Juden raus” di triste memoria (solo un po’ attenuato dalla concessione alla Brigata ebraica di partecipare ma senza i suoi simboli più cari): una scelta di chi non comprende come dopo l’Olocausto le questioni che riguardano gli ebrei debbono essere trattate con il massimo di rispetto e con tutta l’attenzione necessaria a non ferire la sensibilità di un popolo che ha subito il più orrendo massacro dell’epoca contemporanea.
Solo qualche mese fa una bella fetta del cosiddetto campo largo ha manifestato tutta la sua solidarietà a Nicolàs Maduro. Ora magari non sarà il caso di provare nostalgia per gli spericolati agenti del Comintern tipo Vittorio Vidali (il comandante Carlos del V reggimento nella guerra civile spagnola) che esportavano in Sud America la rivoluzione, però è arduo negare che questi missionari rossi fossero mossi da ideali. Cosa un po’ difficile da sostenere per coloro che, invece della rivoluzione, esportano fentanyl.
MAGISTRATURA CORPORATIVA
La Cgil in un suo manifesto spiega come «l’indipendenza della magistratura è il presupposto per garantire i diritti delle persone e l’eguaglianza di tutti davanti alla legge». Come non essere d’accordo con questo principio? Ma come non essere consapevoli che se la magistratura è organizzata in modo corporativo e non liberale (cioè senza separare alla radice le carriere tra giudicanti e inquirenti come in tutte le grandi democrazie occidentali), c’è l’evidente rischio del determinarsi di un improprio centro di potere in grado di condizionare un altro sacro principio costituzionale quello della sovranità popolare e che, quando questo rischio diventa realtà, si finisce per dar vita a serie infinite di governi tecnici che non rispondono agli elettori, producendo così gli effetti che tanti settori dei ceti popolari hanno sperimentato. Come non essere consapevoli di questo fatto nonostante quel che hanno insegnato i Turati e i Togliatti, i Buozzi e i Lama? Come non essere consapevoli, si diceva? È semplice, basta occuparsi più di referendum e flottiglie che di salari e condizioni di lavoro.
La disgregazione innanzitutto valoriale della sinistra è un frutto diretto della sua incapacità (non di rado ispirata dall’opportunismo) di dare risposte alla crisi dello Stato e di quella connessa della politica del post 1992; la destra, pur con tutti i suoi limiti, tutto sommato ha retto meglio perché anche con scelte come la legge Nordio si è posta seriamente il problema di come superare questa crisi dello Stato, modernizzando, al fondo con un’ispirazione repubblicana e liberale, le istituzioni.




