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Il membro laico del Csm non sia un ex politico

Mentre i magistrati sono chiamati a votare per il rinnovo della componente togata del Consiglio Superiore della Magistratura, il Parlamento si appresta a eleggere i dieci componenti laici
di Pieremilio Sammarcomartedì 27 ottobre 2026
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Mentre i magistrati sono chiamati a votare per il rinnovo della componente togata del Consiglio Superiore della Magistratura, il Parlamento si appresta a eleggere i dieci componenti laici. In questo passaggio si capirà se il CSM sarà considerato come un organo costituzionale di garanzia o come l’ennesimo spazio da spartire tra le forze politiche. La Costituzione affida al CSM il compito di garantire l’autogoverno della magistratura. Non ha istituito, però, un Parlamento in miniatura, né un ufficio di collocamento per politici a fine mandato. I membri laici sono eletti dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio. La scelta è parlamentare, mentre la funzione non è politica, giacché il Parlamento li elegge, ma non dovrebbe considerarli propri emissari dentro l’organo di garanzia.

Qui sta la distinzione che rischia di essere cancellata con disinvoltura. Un conto è un giurista chiamato a portare nel CSM competenza, cultura istituzionale e indipendenza, altro è l’ex deputato, l’ex ministro, il dirigente di partito o il professionista cresciuto negli apparati politici e poi ricollocato in una posizione di rilievo costituzionale. La legge non vieta che un ex parlamentare diventi componente laico, ma l’indipendenza si misura nella storia professionale, nei legami, nelle appartenenze e nella distanza effettiva dai soggetti che il CSM dovrà amministrare. Un laico non deve rappresentare il partito che lo ha indicato, ma deve rappresentare, nel CSM, la cultura giuridica esterna alla magistratura. Deve saper contrastare anche con forza le degenerazioni corporative dei togati senza trasformarsi nel terminale delle convenienze di partito. Deve infine portare pluralismo, non importare nel Consiglio la logica delle correnti partitiche. 

Il rischio, invece, è insito nel metodo: i gruppi parlamentari indicano, si dividono le caselle, negoziano gli equilibri e poi sottopongono all’Assemblea una lista già confezionata. A quel punto l’elezione non è una scelta, ma la mera ratifica, in seduta comune, di una decisione già presa nelle segreterie politiche. In questo quadro, la procedura di autocandidatura rischia di rivelarsi una mera finzione, un’illusione di apertura offerta a chi non ha un partito alle spalle, mentre le candidature che contano si definiscono altrove, nei consueti circuiti di appartenenza. Vedremo dunque se i nuovi laici saranno davvero scelti tra giuristi con una solida esperienza e privi di una recente o ingombrante carriera politica, oppure se assisteremo alla consueta sfilata di ex parlamentari, ex ministri e protagonisti della politica nazionale, presentati sotto la veste di indipendenti. Ma, in questi contesti, la vera indipendenza comincia dove finisce la possibilità di essere nominati.
*Professore ordinario diritto comparato.