La volontà del legislatore era chiara e priva di ambiguità: introdurre nel nostro ordinamento una selezione rigorosa e un vero screening attitudinale per garantire l’equilibrio psicologico delle future toghe. Un provvedimento atteso da anni da una larga fetta dell’opinione pubblica, convinta che chi esercita il potere più delicato dello Stato - quello di decidere della libertà e dei beni di un cittadino - debba superare anche un vaglio di equilibrio emotivo ed attitudinale. Come già avviene per chi ricopre funzioni importanti e delicate nel nostro Paese (Forze dell’Ordine, Forze Armate, Vigili del Fuoco, piloti di aereo, ecc...).
Eppure, alla prova dei fatti, il Consiglio Superiore della Magistratura ha scelto la via del compromesso al ribasso. Con una delibera approvata dal plenum, l’organo di autogoverno delle toghe ha messo in atto una sottile operazione di logoramento burocratico, tergiversando per mesi con l’unico obiettivo reale: depotenziare la riforma dall’interno e assecondare la storica e netta contrarietà del corpo dei magistrati. L’arroccamento delle toghe non è un mistero: la magistratura associata si è sempre opposta all’introduzione dei test, bollandoli come un surrettizio tentativo di delegittimazione. È proprio per neutralizzare questa minaccia percepita che la “corporazione” al Csm ha lavorato ai fianchi il testo legislativo, trasformando quella che doveva essere una svolta innovativa nell’ennesima occasione mancata.
Non potendo bloccare una legge dello Stato, l’organo di autogoverno ha scelto la via più antica del mondo: la melina istituzionale. Ha allungato il brodo, aperto tavoli tecnici, limato parole, fino a partorire un testo che accoglie la norma solo per anestetizzarla e per rinviarne l’entrata in vigore.
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Il capolavoro della resistenza burocratica del Csm emerge chiaramente nella gestione dei tempi e delle modalità di attuazione. Nonostante la legge sia stata varata più di due anni fa, nel marzo 2024, le nuove regole entreranno ufficialmente in vigore a partire dal bando di concorso di ottobre 2026, ma non saranno immediatamente operative e si concretizzeranno solo nella primavera del 2028. Ben quattro anni per introdurre un test che verifichi atteggiamenti emotivi e comportamentali e che certifichi una eventuale inidoneità, tale da determinare una incompatibilità con il ruolo da ricoprire.
Non solo: per aggirare l’impatto immediato della norma, il Csm ha inserito una bizantina fase di “collaudo” su base volontaria riservata alle matricole che già operano negli uffici giudiziari.
Si tratta di un paradosso tutto italiano: un test psicoattitudinale che i giovani Magistrati Ordinari in Tirocinio potranno scegliere se fare o meno, senza alcuna conseguenza sul loro percorso professionale. Una perdita di tempo che sposta l’obbligatorietà effettiva dei test per tutti i candidati addirittura al 2028. Visti i precedenti, chi può garantire che il prossimo Csm, quando ci avvicineremo alla fatidica data di attuazione, non riuscirà a trovare qualche comoda scusa per rinviarne ancora l’entrata in vigore con la supposta necessità di nuovi approfondimenti sul tema?
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La delibera approvata svuota dall’interno lo spirito della riforma anche sul piano scientifico. I test, infatti, non serviranno a selezionare i profili psicologicamente più idonei o resilienti, ma si limiteranno ad «accertare l’assenza di condizioni di inidoneità», escludendo qualsiasi valutazione di natura clinica o diagnostica. In soldoni, invece di delineare il profilo di un magistrato moderno, capace di gestire lo stress e la solitudine del giudizio, il Csm ha ridotto l’accertamento a un mero filtro formale. Una “scrematura” minima per non disturbare lo status quo e non scalfire l’autonomia sindacale delle correnti.
Ci troviamo di fronte all’ennesima vittoria della “corporazione” che ha dimostrato una volta di più come il Csm riesca a “piegare” e rallentare le leggi dello Stato. L’ostilità dei magistrati verso i test ha prodotto un testo scritto sotto dettatura della corporazione stessa. Con questa delibera il Csm ha trovato il modo per disinnescare quella che ritengono una “bomba”, con tanti saluti alla volontà popolare. Il testo uscito dal Csm non è la riforma voluta dal legislatore, ma il monumento alla capacità di resistenza di una magistratura che contrasta con tenacia qualsiasi ipotesi di cambiamento e che non vuole essere valutata.
*Consigliere laico del CSM




