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Coronavirus, focolaio in Veneto. Il figlio del manager: "Si merita il Tso". Il fratello: "In Serbia per lavoro? Falso"

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C'è chi ha criticato Luca Zaia per aver parlato di "Tso e ricovero coatto" nei confronti di chi, positivo al coronavirus, rifiuti di farsi curare. Parole, quelle del governatore del Veneto, riferite alla vicenda del focolaio nel vicentino, sorto in seguito al viaggio del manager restio alle cure nei Balcani. Ma al fianco di Zaia si schiera anche il figlio dell'uomo, 40 anni, identificato dal Corriere della Sera col nome di fantasia Francesco. "Ha ragione Luca Zaia, il governatore. Ha ragione quando dice che serve il Tso per chi è positivo e rifiuta il ricovero. Curarsi è un dovere nei confronti della comunità, non si può rischiare di contagiare altre persone", afferma chiaro e tondo. Parole di certo non semplici, poiché rivolte a suo padre, "l'untore", l'uomo che non ha rinunciato a una affollata festa di compleanno mentre stava male, con sintomi e 38 di febbre. E così ha continuato anche a lavorare, incontrare persone, fino a quando il ricovero non poteva più essere evitato: ora è in terapia intensiva. 

 

E ancora, il figlio aggiunge: "Al suo comportamento non trovo alcuna giustificazione logica". Dunque ipotizza "una leggerezza o una sottovalutazione del pericolo al quale stava andando incontro. E pensare che papà all'inizio era molto attento a ogni forma di prevenzione... Ad ogni modo ha sbagliato, e questo non si discute". 

E non è tutto. Perché sempre al Corsera parla, seppur con poche parole, il fratello del manager-untore. Al citofono della sua villa nel Vicentino, smentisce il viaggio di lavoro in Serbia. "Il viaggio d'affari di cui ho letto sulla stampa non esiste, non ha niente a che vedere con gli impegni dell'azienda". E ancora, parla di "una trasferta privata di cui non ero al corrente e della quale non so niente né posso dire niente". Una testimonianza che tinge il caso di giallo.

 

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