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Mussolini e la Marcia su Roma? Tutta la (scomoda) verità

Claudio Siniscalchi
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Il primo giorno di novembre del 1922 una delegazione del Partito Comunista d'Italia viene ricevuta da Lenin. Il leader bolscevico è davvero poco accomodante. Rimprovera i delegati, come ricorderà Nicola Bombacci. «In Italia - dirà Lenin - c'era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini! Ebbene voi lo avete perduto e non siete stati in grado di recuperarlo». Lenin in precedenza era stato preveggente. In riferimento alla possibilità di una rivoluzione in Italia, aveva indicato tre nomi: d'Annunzio, Marinetti e Mussolini. Il Vate s'era perso a Fiume, abbattuto dalle cannonate di Giolitti. L'Avanguardista aveva ammainato tristemente la bandiera del Partito Futurista. Mussolini, invece, si era messo in tasca tutti. Per fare la rivoluzione era stata necessaria, ma non sufficiente, la retorica dannunziana e l'estetica marinettiana. Ma non bastavano. Serviva la tattica politica. Il sapersi piegare agli eventi, indirizzandoli - anche i più spinosi da maneggiare - a proprio favore.

LA PAROLA MAGICA
Ma come fu possibile la rivoluzione in Italia? La risposta semplice, ancora oggiabbondantemente utilizzata in occasione del centenario, rimanda ad una parola magica: la «marcia su Roma». Mussolini prese il potere con la violenza. In fondo fascisti e antifascisti concordano su questa onnicomprensiva - quanto schematica - spiegazione. I primi la rivendicano con orgoglio; i secondi con indignazione. In mezzo c'è la storia. Il racconto di come i fatti si svolsero. E analizzando la concatenazione degli eventi, senza lasciarsi guidare da una anticipata comprensione bisognosa di essere messa nero su bianco, porta ad una considerazione scandalosa, politicamente davvero scorretta: ma siamo sicuri che la «marcia su Roma» c'è stata davvero? C'è stata, certo, ma non nel senso che viene comunemente indicato. Mussolini - è bene chiarirlo - venne chiamato da Vittorio Emanuele III a guidare un esecutivo nel rispetto delle prerogative fissate dallo Statuto albertino. Finché non ricevette un telegramma ufficiale di invito a Roma, Mussolini restò a Milano. La base delle ultime trattative, giocate su più tavoli, nelle giornate convulse che precedettero la «marcia su Roma», era la villa di Margherita Sarfatti a Cavallasca, nei pressi di Como, a due passi dalla Svizzera. Nel caso la situazione precipitasse, il riparo elvetico era davvero a portata di mano.

LA CRISI DEI LIBERALI
Più che guardare alla cesura violenta rappresentata dalla la «marcia su Roma», l'attenzione andrebbe posta sulla crisi del regime liberale italiano. Cambiando angolazione la «marcia su Roma» diventa un elemento secondario, nella dinamica dei fatti poco significativo. Mussolini non prese il potere con la forza. Giocò una partita politica spregiudicata e vinse. Il suo trionfo lo deve a vari fattori. Innanzitutto, l'abilità nel muoversi. In secondo ordine la sua gioventù. Se paragonato al vero avversario (da lui molto temuto), Giovanni Giolitti, Mussolini rappresentava la novità. Per età, ceto sociale, professione, modo di vestire, linguaggio. Inoltre, a favorire Mussolini ci pensarono i suoi avversari: divisi, spesso in lotta fra di loro, incapaci di muoversi in un'unica direzione. I socialisti avevano esaurito la loro forza propulsiva. I cattolici erano spaccati tra intransigenza antifascista e spirito di accomodamento. I comunisti spaventavano, rivelandosi inefficaci. La vecchia classe liberale era perlopiù convinta di «normalizzare» il fascismo, «parlamentarizzandolo». Un'altra parte stava alla finestra in attesa della discesa della febbre mussoliniana. Una parte ancora era intenzionata a reagire con la forza, ma non sapeva come. A Vittorio Emanuele III venne affidato il compito di decidere. Usare le armi o accettare gli eventi. Avrebbe dovuto dichiarare lo «stato d'assedio».
Il Re non l'aveva fatto quando era asceso al trono, subentrando al padre Umberto I, ucciso a Monza nel 1900 da un anarchico.

La decisione di non contrastare Mussolini venne presa per non gettare il paese di una possibile «guerra civile». Il clima di violenza aveva arroventato il dopoguerra italiano. Tra la delusione del combattentismo per la «vittoria mutilata», le spinte rivoluzionarie del «biennio rosso» e la «reazione fascista», il regime liberale italiano era sprofondato nell'immobilismo. Un guscio vuoto. È evidente, alla luce di tutto ciò, che la «marcia su Roma» come presa di potere violento sul piano storico non regge. È un mito. Una delle tante mitologie novecentesche. Senza considerare la composizione del primo gabinetto Mussolini. Si trattò di un esecutivo di coalizione, nel quale i rappresentanti fascisti erano in minoranza. Un governo composto da nazionalisti, indipendenti, demosociali, popolari, militari di alto rango. È arrivato il momento - a cento anni dalla «marcia su Roma» - di scendere dal piano bollente della propaganda per entrare, una volta per tutte e senza rimpianti, in quello freddo della storia. Certo nostalgici, avversari irriducibili e orecchianti resteranno in attività. Il giudizio storico inequivocabile è che squadristi, miliziani e marciatori collaborarono a piegare un sistema politico che non si reggeva in piedi e che detestavano, addossandogli ogni responsabilità.

SPREGIUDICATO
Ma senza l'abilità e la spregiudicatezza della loro guida, Benito Mussolini, non sarebbero andati da nessuna parte. Sul tavolo da gioco Mussolini fece valere il peso della carta in suo possesso. Poteva scatenare l'inferno dell'assalto violento; oppure far rientrare tutto nei ranghi di una semplice parata. Ma al potere non ci arrivò con la «marcia su Roma». Almeno non come ci è stato raccontato per decenni. Ogni cominciamento storico ha qualcosa a che spartire con il mito. Anche il bolscevismo scelse l'assalto al Palazzo d'inverso, nell'ottobre del 1917 (che non ci fu), come evento fondativo. E ne magnificò nel corso del tempo le gesta. Lo stesso è accaduto con la «marcia su Roma». Tutto ciò che viene dopo è un discorso diverso. Che non riguarda l'ascesa al potere del movimento fascista.

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