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Ex terroristi rossi, ci mancava solo la predica di Adriano Sofri

Iuri Maria Prado
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Ieri Adriano Sofri, sul Foglio, ha sentito l’urgenza di rintuzzare il dispetto di quelli che non sono andati in brodo di giuggiole perché un pacco di ex combattenti si è visto riconoscere il diritto di starsene in Francia. E' bene intendersi. È legittimo che chi si è sottratto alla giustizia italiana si compiaccia della decisione giudiziaria che rende definitiva quella sua condizione di impunito. Ed è legittimo che se ne compiacciano i parenti e gli amici. E non basta. È anche legittimo, infatti, che i fruitori del salvacondotto e il relativo circolo amicale considerino alla stregua di un ingiustificato accanimento la richiesta dello Stato di vedere attuata la propria pretesa punitiva.

 

 

 

Infine (così la esploriamo tutta): è legittimo considerare fondate le motivazioni della giustizia francese che ha ritenuto quegli ex militanti della lotta armata altrettante vittime di processi non sufficientemente garantiti secondo l’ordinamento del Paese che li ha accolti. Però basta così. Perché la spocchia, il sussiego, l’arroganza di certuni impancati a spiegare che accidenti, ma come vi permettete di molestare quei compagni, che ormai sono lassù da tanti anni, che han messo su casa e famiglia, che scrivono persino poesie, che dopotutto volevano solo un mondo migliore, ecco: questo, per favore, no.

 

 

 

La iattanza del sodale infastidito dal fatto che non proprio a tutti piaccia la decisione del giudice francese che sottrae alla giustizia italiana i responsabili di quei delitti molto gravi, no un’altra volta: è insopportabile. È insopportabile nonostante il fatto che quei delitti siano risalenti. È insopportabile nonostante il fatto che chi li ha commessi possa oggi essere una persona diversa. Quindi silenzio, per favore. Quelli si godano la libertà, e i loro amici se ne rallegrino: ma gli uni e gli altri senza rompere i coglioni, per cortesia. 

 

 

 

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