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Rosa Bazzi e Olindo Romano si ignorano: il retroscena sul processo

Simona Pletto
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Scendono dallo stesso furgone della polizia penitenziaria per entrare nel tribunale di Brescia. Fuori, decine di persone in coda fin dalle prime ore del mattino per assistere all’udienza. Maglioncino grigio lui, giubbotto nero lei, i due coniugi più discussi e “scrutati” degli ultimi 17 anni si sono seduti nella gabbia riservata agli imputati nell’aula della Corte d’Appello. Per Olindo Romano e Rosa Bazzi è iniziata così, ieri mattina, la seconda udienza del processo a Brescia per decidere sulla revisione o meno della condanna all’ergastolo. Sono accusati della mattanza di Erba dell’11 dicembre 2006, dove vennero uccisi a coltellate e sprangate Raffaella Castagna, suo figlio Youssef di soli due anni, la nonna materna Paola Galli e la vicina di Casa Valeria Cherubini. Una mattanza che – secondo la difesa – non sarebbe stata compiuta da loro. Marito e moglie confessarono di essere gli autori della strage, per poi ritrattare. Secondo la difesa, furono «indotti a confessare» in cambio di un talamo matrimoniale, sia pur in carcere. Una coppia “di ferro”, nonostante tutto. Sono passati molti anni dalle prime udienze, in cui Rosa e Olindo vicini in gabbia si sorridevano complici.

Ieri invece i loro sguardi quasi non si sono incrociati. Anche se non si sono voluti far riprendere, sono apparsi distanti. Si racconta di un Olindo separato da Rosa, di un marito e di una moglie rimasti in silenzio in aula per seguire con attenzione i loro avvocati. E del resto ieri era la giornata della difesa. Un’udienza che, in ogni caso, aspettavano entrambi con ansia. «Ci sono tre consulenze che descrivono una dinamica dei fatti completamente diversa da quella della sentenza e rendono incompatibili Olindo e Rosa come colpevoli della strage di Erba»: così è iniziata l’arringa dell’avvocato. Tre, dunque, sono i punti cardine su cui è imperniata la difesa per sconfessare le precedenti sentenze. Primo: la vicina di casa, Valeria Cherubini, non poteva essere stata uccisa al piano inferiore. Anche alla luce della consulenza della criminologa Roberta Bruzzone, la donna, secondo un esame delle tracce ematiche contenute nella relazione, «fu colpita e uccisa nel suo appartamento, non al piano inferiore come sostenuto». Altro elemento messo in discussione è la traccia di sangue “degradata” trovata sull’auto di Olindo. L’avvocato Patrizia Morello, un altro dei difensori della coppia, ha parlato della macchia trovata sul battitacco della Seat Arosa di Olindo che però «non può avere valore di prova in quanto degradata». Ma soprattutto la difesa punta a svuotare di credibilità la testimonianza di Mario Frigerio, marito di Valeria, anche lui accoltellato alla gola e all’epoca unico sopravvissuto alla strage. Fu lui, il supertestimone deceduto nel 2014, a riconoscere nell’aula del tribunale Olindo come suo aggressore e assassino della moglie. Ai giudici Fabio Schembri, uno dei legali di Olindo, ha offerto una nuova prova: Frigerio «aveva un’amnesia anterograda», ha respirato «monossido di carbonio» (in seguito all’incendio nell’appartamento dell’orrore, ndr) che gli ha procurato «alterazioni della memoria».

 

 

E ancora: secondo il difensore, il testimone avrebbe subìto domande suggestive che possono innescare una falsa memoria esibita in dibattimento. «Frigerio perdeva lucidità, ma peggiorava. Le sue condizioni erano migliori i primi giorni», quando sostiene ancora Schembri non ricordava il vicino di casa come il suo aggressore. Per questi moitivi, il conoscimento da parte di Mario Frigerio di Olindo come autore insieme alla moglie Rosa dell’eccidio di Erba «è una prova sospetta». La definizione questa volta è dell’avvocato Nico D'Ascola, il primo dei quattro difensori che hanno provato a convincere i giudici a rivedere la condanna dei coniugi all’ergastolo. Secondo questa ricostruzione, in un primo momento il testimone oculare descrive l’omicida come «uno sconosciuto con la pelle olivastra», solo dopo lo individua nel vicino di casa. «Il riconoscimento di una persona conosciuta - ha argomentato D'Ascola anche sulla base delle nuove consulenze è automatico e incoercibile, non c’è bisogno di pensarci». E le confessioni rese dai due? Anche quelle, secondo i legali, inattendibili. Aarrivate dopo «le pressioni» di chi li interrogava in carcere e piene di incongruenze, contate dagli stessi avvocati in «243 errori». Presente in aula anche Azouz Marzouk, marito di Raffaella e padre del piccolo ucciso, che fin dal primo grado ha nutrito dubbi sulla colpevolezza dei coniugi Romano. «Sono tantissime le cose che non tornano”, ha ribadito. I legali hanno poi chiesto di ascoltare anche un tunisino, il quale ipotizza che il massacro sia accaduto nell’ambito di un regolamento di conti nello spaccio di droga. Secondo il pg di Brescia Guido Rispoli e l’avvocato dello Stato Domenico Chiaro, invece, a carico della coppia esiste “una cascata di prove”. La camera di consiglio è fissata per il 10 luglio. E chissà che quel giorno non si arrivi pure a sentenza.

 

 

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