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Tabagisti trattati come ladri: Torino, vietato fumare all'aperto

Claudia Osmetti
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(Premessa/outing/opera di auto-convincimento/chiamatela come vi pare: chi scrive ha smesso di fumare, ufficialmente, vero -vero, per sempre, giuro che questa è la volta buona, da ventitré giorni e qualche ora. Non che cambi di una virgola quanto segue, ma è necessario per inquadrare con maggiore precisione e minore interesse lo sfogo e cioè:) con la lotta alle bionde stiamo passando il segno. Ché sì, è, vero, fanno male (i miei polmoni ringraziano) e d’accordo, ormai costano che manco un salasso (ma un conto è agire così, tassando i pacchetti, e un altro è trattare da banditi quei poveri cristi che si accendono una paglia dopo il caffè in pausa pranzo) e va bene pure il sacrosanto diritto alla salute di chi con la nicotina non ci vuole aver niente a che fare: ma sarà anche una decisione personale scegliere se frequentare il tabaccaio o meno?

Vogliamo proprio tutti «morire sani», come cantava Jannacci? Primo: il Comune di Torino ha approvato, in questi giorni, una delibera che vieta di fumare all’aperto. Non si può proprio, pena casti go e scominica a una distanza inferiore rispetto a cinque metri da chiunque altro, a meno che non si abbia il suo esplicito consenso. Scusi -posso? (Ché quella, tra l’altro, è educazione e il più delle volte va già così e non servivano regolamenti e modifiche e imposizioni locali per pretenderla). Il provvedimento riguarda non solo le classiche sigarette, col filtro o senza, di tabacco rosso o bruno, medie, forti o leggere che siano, il sigaro, la pipa e il tabacco riscaldato, ma persino «ogni prodotto a combustione», “svapo” compreso.

 

 

 

DA TORINO A MILANO

Secondo: la rossa Torino (la città è amministrata da una giunta di centrosinistra) mica è la prima a proporre un altolà del genere. Che scherziamo? Ci aveva già pensato, nel 2021, l’altrettanto rossa (per lo stesso motivo) Milano: qui il divieto è pure un po’ più stringente (va le per un raggio di dieci metri) però il principio è lo stesso. Bandisco-ergo-sum. Terzo: un divieto simile, di nuovo, esiste nella stragrande maggioranza delle spiagge e dei lidi italiani, adesso che arriva la bella stagione e, seppure l’altra faccia della medaglia sia una questione di civiltà e rispetto dell’ambiente (quelle cicche sulla rena sono uno schifo da vedere e inquinano tantissimo, signori, hanno inventato i posacenere: usiamoli), senza una nor ma in materia, il risultato è uguale. Quarto (e adesso proprio siamo nel campo del fantascientifico) il parlamento britannico sta decidendo se impedire, per l’eternità, a chi è nato dopo il 2008, di acquistare prodotti da fumo, innalzando “l’età legale” di dodici mesi ogni an no e con l’obiettivo di estirpare il popolo dei fumatori inglesi nell’arco di un paio di generazioni. Una scelta un tantinello radicale, diciamo pure col retrogusto estremista che diventerebbe la legislazione anti-fumo più drastica del pianeta. Alla faccia del liberalismo anglosassone.

 

 

 

QUALE DIRITTO PREVALE?

Perché alla fine il punto è proprio quello. Il diritto alla salute (il mio, che scelgo di fumare o no, non il tuo a non respirare il fumo passivo) vale il diritto alla libertà? A parte (per quanto riguarda Torino e Milano) le ovvie disapplicazioni pratiche di misure che lascino il tempo che trovano (non è che uno esce di casa con l’accendino e un pacchetto di bionde in una tasca e una bindella nell’altra per misurare a che distanza sta l’essere umano più prossimo quando gli prende la voglia o è stressato), ma signori facciamo sul serio? Il proibizionismo non era andato in fumo? O è il fumo che è diventato proibizionista (di se stesso)? Non si sta dicendo che una corretta informazione, la promozione di uno stile di vita più salutare, financo gli interventi sui prezzi delle sigarette (lo ripetiamo: meglio tassare quelle che le medicine, parola di chi per quindici anni le ha comprate, le paglie, senza batter ciglio) o la legge Sirchia (che aveva tutt’altra impostazione e infatti ha funzionato) siano inutili. L’esatto, spiccicato, contrario: semmai. Ma quel ditino alzato, che fa un po’ soviet del nuovo millennio, un po’ censore-castigatore, un po’ detentore di quel che è giusto (e poi per chi?), ennò-è-vietato, ennò-non-si-può, ecco, quello, per favore, per carità, evitiamolo. Serve a niente. È servito a niente per l’alcol negli Stati Uniti negli anni Venti del Novecento, vuoi che serva a qualcosa in Europa col tabacco un secolo dopo? Dài, su.

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