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Sync.me, il sito che rivela telefoni e identità (in barba alla privacy)

Andrea Muzzolon
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«Pronto?». «Salve, sono...». «Sì, lo so già». Nomi, cognomi, città di provenienza e addirittura fotografie. Tutto partendo da un numero di cellulare. Da una vostra chiamata o da una ricerca che qualsiasi persona può effettuare sul vostro numero di telefono. Sync.me è una delle tante applicazioni sul mercato che permette di fare ciò, in barba alla vostra voglia di riservatezza.

La privacy al tempo dei social network è un concetto molto relativo: Instagram, Facebook, Whatsapp e l’oscuro colosso cinese TikTok vivono di dati che ogni giorno li regaliamo, più o meno consapevolmente. Se già i contorni del funzionamento di tali piattaforme risultano nebulosi, maggiormente spinosa è la questione legata all’utilizzo che viene fatto delle nostre informazioni personali. Quei dati che ogni giorno immettiamo sui nostri social, se non protetti correttamente, rischiano di finire ad applicazioni terze che le sfruttano per i loro servizi. Proprio come fa Sync.me.

 

 

Le possibilità offerte dalla versione base sono moltissime: scoprire chi ci sta chiamando, a chi appartiene un numero sconosciuto in qualsiasi parte del mondo, ma anche gestire direttamente la nostra rubrica di contatti. Fornendo l’autorizzazione ad accedere al nostro elenco telefonico, Sync.me è in grado di tenere aggiornati in tempo reale numeri, email e foto profilo di tutti coloro che abbiamo salvato in memoria. Non solo: in un periodo storico in cui le strategie di telemarketing sono diventate sempre più aggressive, Sync.me riesce a riconoscere e bloccare i numeri molesti. Come? Sfruttando le segnalazioni condivise dagli utenti che hanno scaricato l’applicazione e hanno autorizzato alla condivisione delle loro informazioni. Se a questo uniamo la sincronizzazione ai profili social, il gioco è fatto. Migliaia, anzi milioni di informazioni che entrano in possesso del servizio.

Attenzione quindi, bisogna essere onesti: la colpa non è di Facebook o chi per lui, ma del poco zelo che impieghiamo nel leggere le condizioni d’uso e i termini di servizio delle applicazioni. Quante volte è capitato di accedere tramite il proprio profilo social ad altre applicazioni? Proprio in quei casi, senza usare la dovuta cautela, potremmo autorizzare alla condivisione delle nostre informazioni o, peggio, dare il consenso all’applicazione ad accedere ai social tramite il nostro profilo. Nomi, cognomi, foto e anche i profili dei nostri followers regalati. È così che Sync.me e altre app aggregano sempre più dati e costruiscono enormi database nei quali potremmo finire anche noi.

 

 

Quelli che in gergo vengono chiamati servizi di “reverse phone lookup” – ricerca inversa partendo dal numero di telefono – fanno affidamento sia sui dati raccolti in autonomia, sia sui database pubblici e sui pacchetti di dati che vengono acquistati da aziende specializzate. Come spiega Pierluigi Paganini, docente universitario ed esperto di cyber security e intelligence, ciò che fanno queste app non è illegale dato che sfruttano autorizzazioni che noi stessi forniamo. «I social network sono stati costretti a fornire di default impostazioni che proteggano la privacy degli utenti. È ovvio che se non si presta attenzione e si ignorano questi settaggi, i propri dati potrebbero diventare facili prede per gli aggregatori» spiega Paganini.

La prudenza deve essere massima anche quando siamo noi stessi a voler usufruire di app come Sync.me: «Quando si fa ricorso a un servizio del genere, bisogna stare attenti che i propri dati non vengano rivenduti a terze parti. Quando acconsentiamo al trattamento, bisogna sempre controllare questo fattore». Se si entra nel sistema di qualche aggregatore diventa difficilissimo, se non impossibile, uscirne. Ci sono però delle accortezze da seguire per evitare di entrare in questo circolo vizioso: «L’obiettivo è limitare la superficie di attacco: è importante installare solo le app di cui abbiamo strettamente bisogno e prestare attenzione alla loro reputazione. Fondamentale è sempre un’attenta lettura dei termini di utilizzo». La comodità offerta dalle app o la vostra privacy? A voi la scelta. 

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