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Benito Mussolini, quando trafugarono la salma

È la notte tra il 22 e il 23 aprile 1946. Tre ombre scivolano furtive e si dirigono verso una tomba anonima, la numero 384 del campo 16. Era quella che custodiva il corpo di Benito Mussolini
di Marco Patricelli mercoledì 22 aprile 2026

3' di lettura

L’ultima volta che quel preciso fazzoletto di terra del cimitero di Musocco, il Monumentale di Milano, era stata smosso, era il 30 aprile 1945. La guerra era agli sgoccioli ma in Italia c’era già stata la resa dei conti culminata con l’orgia catartica al distributore di benzina di piazzale Loreto a Milano. È la notte tra il 22 e il 23 aprile 1946. Tre ombre scivolano furtive e si dirigono verso una tomba anonima, la numero 384 del campo 16. È un rettangolo senza nome e senza croce: lì è stato inumato in segreto Benito Mussolini, su ordine del prefetto e per direttiva di Alci de De Gasperi.

Quel gruppetto è capitanato da un ventiseienne, Domenico Leccisi, fascista convinto e ammiratore del duce, fondatore del Partito democratico fascista assieme a Mauro Rana e Domenico Parozzi che partecipano all’impresa. Scavano con vanghe e picconi, fino ad arrivare a una cassa. La scoperchiano e puntano una lampada verso l’interno, dove riconoscono il cadavere nudo e decomposto di Mussolini. Nonostante il fetore lo avvolgono in un telo e lo depongono su una carriola e vanno via indisturbati.

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Al mattino il cimitero di Musocco brulica di carabinieri e funzionari di polizia. Il ministro degli Interni, il socialista Giuseppe Romita, pretende che quel corpo che incarna il periodo della dittatura fascista culminato con la guerra civile venga ritrovato al più presto. L’Italia è alla vigilia del referendum del 2-3 giugno che deciderà tra monarchia e repubblica, il momento è delicato, gli animi sono surriscaldati, gli odi non tutti sopiti e la beffa mette in cattiva luce le autorità rinfocolando il nostalgismo.

Le indagini sono affidate al questore di Milano Vincenzo Agnesina, l’uomo che Vittorio Emanuele III aveva incaricato di gestire il servizio che il 25 luglio 1943 portò all’arresto dell’ex duce all’uscita da Villa Savoia. Su quel trafugamento fioriscono le versioni più fantasiose: si sparge persino la voce che sia stato addirittura Winston Churchill a commissionarlo, anche se non è più il premier della Gran Bretagna, e che la salma ormai si trova a Londra; altri sostengono che invece il corpo è finito in Spagna. Agnesina ha scatenato i suoi investigatori e gli informatori negli ambienti neofascisti e nel Pdf, Romita ha messo in azione pure i servizi segreti. Il 29 viene arrestato Rana. La luce giusta si accenderà dopo il referendum grazie alla soffiata di un fascista che non aveva partecipato all’operazione di trafugamento ma ne conosceva i dettagli.

Il 31 luglio scattano le manette ai polsi di Leccisi, sfuggito già una volta il 17 maggio a una retata, fermato dopo aver partecipato a una riunione clandestina, quando erano già stati arrestati il 22 Antonio Parozzi, Fausto Gasparini, Giorgio Muggiani. Gli inquirenti cominciano a rimettere al loro posto le tessere del giallo. Dopo ilfurto il cadavere di Mussolini è stato portato a Madesimo, in Valtellina, e custodito in un’abitazione singola presa in affitto da Rana, in un baule occultato in fondo alla legnaia. Poi Leccisi l’ha fatto sparire. Muggiani fa il nome del priore dell’Angelicum di Milano, il frate Enrico Zucca, e le indagini portano anche al francescano Alberto Parini, fratello di quel Piero Parini che durante la Repubblica sociale è stato podestà di Milano. I due frati asseriscono di aver agito per motivi umanitari e religiosi e non politici, e «per carità cristiana».

Il 12 agosto Leccisi indica agli inquirenti dove recuperare il cadavere. La vicenda è chiusa, i responsabili sono liberi per effetto dell’amnistia Togliatti del 22 giugno. L’odissea dei resti di Mussolini si trascina fino al 1957, quando verranno traslati dal convento dei cappuccini di Cerro Maggiore dove erano stati inumati per un decennio. Leccisi è all’epoca deputato eletto nella lista del Movimento Sociale Italiano, e durante una crisi di governo e a fronte di una maggioranza esigua assicura a sorpresa il suo voto al democristiano Adone Zoli che infatti diviene presidente del consiglio. Zoli, d’intesa col governo, autorizza la riconsegna della salma di Mussolini alla vedova Rachele perla definitiva sepoltura a Predappio.

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